PNRR

Il potenziale impatto sulla crescita dei fondi del PNRR

22 aprile 2022

Intermedio

Il potenziale impatto sulla crescita dei fondi del PNRR

Condividi su:

Il PNRR, attraverso riforme e investimenti, si propone di promuovere l’avanzamento tecnologico, sociale ed economico del paese. Tuttavia, molte delle spese previste, per quanto necessarie per altri scopi, non hanno un impatto diretto sul Pil potenziale. Per esempio, le rilevanti spese per il bonus 110% rendono le nostre case più “verdi”, e hanno un impatto immediato sul Pil attraverso il conseguente aumento di domanda aggregata, ma non accrescono le capacità produttiva. In questa nota stimiamo che solo la metà circa delle spese del PNRR aumenti il potenziale produttivo in modo chiaro. Un effetto sostanziale al nostro potenziale produttivo deriverà però anche dalle riforme previste dal PNRR, non discusse in questa sede. 

Si ringrazia The European House – Ambrosetti per il prezioso contributo alla realizzazione delle stime contenute nella presente nota.

* * *

Le spese che accrescono il potenziale produttivo

Quali delle 258 misure di spesa previste dal PNRR o finanziate dal Fondo Complementare che lo affianca contribuiscono ad aumentare il potenziale produttivo? Per rispondere a questa domanda, abbiamo catalogato le spese in quattro macrocategorie. Le prime due raggruppano spese che in tutte le loro componenti accrescono il potenziale produttivo. La prima categoria comprende investimenti il cui impatto sulla crescita è osservabile nel medio periodo. Considerando che l’orizzonte di completamento degli investimenti del PNRR e del Fondo Complementare è fissato per il 2026, gli investimenti della prima categoria hanno un impatto sulla capacità produttiva appena completati, o dopo un intervallo di tempo di massimo sei anni. La seconda categoria include invece investimenti con impatto nel lungo periodo, dove per lungo periodo si considerano impatti sulla crescita a partire da almeno sette anni decorsi dal completamento dell’investimento.  La terza categoria include progetti per cui solo parte delle spese ha un effetto sul potenziale produttivo, attribuibile però solo a parte dell’investimento, prevedendo anche spese senza un impatto. La quarta e ultima categoria include invece spese senza un impatto rilevante (vedi appendice per una classificazione completa). In particolare:

  1. Crescita potenziale medio termine: abbiamo incluso in questa categoria spese che ampliano direttamente il capitale pubblico che una volta creato o migliorato provoca un impatto sulla crescita nel medio termine. Fra queste vi sono spese dirette alla creazione di infrastrutture, come le misure per l’ampliamento o il rafforzamento del trasporto su ferro e delle infrastrutture tecnologiche quali fibra e 5G. Vi sono poi le misure che incentivano il settore privato ad ampliare il potenziale produttivo promuovendone l’innovazione. Rilevanti in questo senso sono le misure della Transizione 4.0 (forniscono crediti d’imposta per beni tecnologici e innovativi), il rifinanziamento di fondi quali il Fondo Rotativo Imprese (FRI) e il Fondo 394/81. Vi sono anche misure che finanziano direttamente start-up e aziende del settore agroalimentare. Viene considerata in questa categoria anche qualunque misura che abbia il potenziale di far aumentare l’offerta di lavoro (come il Piano Asili nido o l’estensione del tempo pieno nelle scuole) o di facilitare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro (rafforzamento di centri per l’impiego).
  2. Crescita Potenziale a Lungo Termine: vi sono investimenti in beni pubblici, anche immateriali, che contribuiscono all’accumulazione di capitale umano e che nel lungo termine possono implicare una crescita del Pil. Esempi di questo tipo di spesa sono quelle collegate all’istruzione e alla ricerca: fondi per ricerca universitaria e in settori tecnologici (batterie, eolico, idrogeno, economia spaziale), potenziamento di centri di ricerca, investimenti per migliorare l’offerta formativa scolastica (come rafforzare il sistema di formazione professionale terziaria - ITS). Vi sono incluse anche le misure dedicate alla formazione e al reinserimento nel mondo del lavoro, come la riforma delle politiche attive del lavoro, e alla formazione privata sotto forma di crediti di imposta prevista dalla Transizione 4.0. Inoltre, sono inclusi in questa categoria anche gli investimenti volti alla digitalizzazione del patrimonio culturale, che nel lungo periodo sono comparabili ad investimenti in istruzione e formazione.
  3. Impatto sulla crescita potenziale solo parziale:[1] Una voce di spesa rientra in questa categoria se (i) gli insufficienti dettagli nella descrizione non permettono di distinguere quanti finanziamenti sul totale saranno diretti a misure produttive (ii) vi sono difficoltà nel prevedere i fattori che influiranno su un potenziale aumento dell’offerta una volta completato l’investimento. Vi sono incluse alcune delle misure riguardanti la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione: dei servizi pubblici digitali efficienti possono migliorare la qualità della vita dei cittadini tanto quanto incentivare la produzione. Lo stesso criterio è stato applicato per alcuni investimenti per la PA quali il rafforzamento dell’Ufficio del processo per il superamento delle disparità fra tribunali: mentre una giustizia civile/amministrativa più efficiente può stimolare l’offerta nel settore privato, una giustizia penale più veloce non necessariamente avrebbe questo effetto. In questa categoria rientrano anche gli investimenti diretti al settore turistico, ad esempio la misura per incrementare l’attrattività dei borghi. Questa è volta a disincentivare lo spopolamento e a rilanciare il turismo dei piccoli centri storici italiani. Non avendo delle linee di intervento delineate nel dettaglio, risulta però difficile distinguere l’impatto sociale di questo intervento da quello economico. Ricadono in questo gruppo anche alcuni interventi per la transizione verde ed ecologica (Missione 2 del PNRR). Per quanto la riduzione degli sprechi (intervento per rafforzamento smart grid), dell’inquinamento (creazione di un Parco Agrisolare) e l’efficientamento energetico di alcune filiere produttive siano desiderabili, sia per l’ambiente che per il risparmio degli operatori interessati, non è scontato che a una riduzione dei costi variabili si affianchi interamente un aumento del potenziale produttivo.
  4. Nessun effetto sulla Crescita Potenziale: in questa categoria ci sono spese che vanno a sostituire del capitale pubblico essenziale già esistente senza migliorarlo sensibilmente in quanto a efficienza o che pur migliorando l’ambiente, la vita sociale e le interazioni dei cittadini con la pubblica amministrazione, non  hanno un impatto diretto sulla capacità produttiva.[2] Esempi di questo tipo di investimenti sono: l’efficientamento energetico e la riqualificazione di edifici pubblici e luoghi di culto; l’istituzione di servizi sanitari come le Case di Comunità; la digitalizzazione del comparto della sanità, la riqualificazione delle case popolari e le misure del Superbonus.

I risultati

Nella prima categoria rientrano 44 sul totale delle 258 voci di spesa considerate. Queste sono finanziate da 61,5 miliardi, pari al 28 per cento del PNRR e Fondo Complementare. Le categorie di spesa più consistenti con impatto nel medio termine sono nel settore delle imprese, dei trasporti e della transizione tecnologica, quindi volte alla creazione di nuovi collegamenti di trasporto, di internet a banda larga e agli incentivi per l’acquisizione di beni capitali.

Nella seconda categoria rientrano 55 investimenti per una spesa di 34,9 miliardi (16 per cento del totale).

La terza categoria raccoglie 61 voci di investimento, per un totale di spesa di 35,3 miliardi (16 per cento del totale), di cui la metà (17,7 miliardi, 8 per cento del totale) sono considerate come aventi un effetto sulla crescita.

La somma della prime due categorie e di metà delle risorse della terza, che dà il totale delle spese con un impatto sul potenziale produttivo, è quindi di 114 miliardi – pari al 51 per cento delle risorse totali.

Gli investimenti senza rilevante impatto ammontano a 108,1 miliardi.[3]

I 10 investimenti più ingenti per la crescita

La Tavola 2 riporta i maggiori 10 investimenti volti alla crescita in termini di risorse totali.  L’investimento più alto per la crescita riguarda i crediti per beni strumentali dal piano di Transizione 4.0, che in totale è finanziato da 13,38 miliardi del PNRR e da circa 5,1 del Fondo Complementare.[4]  L’investimento infrastrutturale più corposo - di 7,6 miliardi di euro - riguarda l’ampliamento ferroviario di linee Alta Velocità finalizzate al collegamento con il Nord-Europa, con la costruzione del passaggio Liguria-Alpi e i collegamenti Brescia-Verona-Vicenza-Padova.[5] Solo sei di questi investimenti risultano essere fra i 10 maggiori investimenti del PNRR e Fondo Complementare per risorse stanziate.

Appendice

Nel PDF (scaricabile cliccando su "Scarica il PDF") potete trovare in Appendice la Tavola 3 che riporta gli investimenti PNRR per impatto sulla crescita potenziale.


[1] In pratica, solo il 50 per cento delle spese in questa categoria sono state considerate come influenti sulla capacità produttiva.

[2] Naturalmente, trascurare l’ambiente ha un effetto finale sulla capacità produttiva, uno dei motivi per cui è necessario preoccuparsi del riscaldamento globale. Ma questa nota si focalizza sull’effetto del potenziale produttivo del nostro paese più che dell’impatto delle nostre politiche sul resto del pianeta.

[3] Nel totale di 108,1 miliardi di euro che non hanno impatto sulla crescita viene incluso anche il 50 per cento degli investimenti della terza categoria. Invece, la quarta categoria, che include investimenti non produttivi in tutte le loro componenti) conta 98 investimenti per un totale di 90,5 miliardi.

[4] Per beni strumentali 4.0 si intendono beni materiali e immateriali direttamente connessi alla trasformazione digitale dei processi produttivi (cosiddetti “beni 4.0” indicati negli Allegati A e B annessi alla legge n.232 del 2016). Altri investimenti della Transizione 4.0 riguardano: beni immateriali non 4.0, beni immateriali tradizionali, R&S&I, formazione; i crediti per questi sottogruppi ammontano rispettivamente a 1.914, 291, 2.008 e 300 milioni di euro.

[5]  Pur non rientrando negli investimenti più massicci, perché scorporati in sub-investimenti, 4,8 miliardi vengono allocati alla costruzione di collegamenti Alta Velocità nel Mezzogiorno.

Un articolo di

Luca Brugnara e Cristina Orlando

Condividi su:

Newsletter

Vuoi essere aggiornato
sui temi più importanti
di economia e conti pubblici?

Iscriviti alla newsletter dell'Osservatorio CPI