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Spesa per la difesa: caratteristiche e conseguenze macroeconomiche

22 maggio 2026

Intermedio

Spesa per la difesa: caratteristiche e conseguenze macroeconomiche

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Un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale analizza 215 episodi di forte aumento della spesa per la difesa osservati in 164 Paesi tra il 1946 e il 2024. Questi episodi sono stati caratterizzati, in media, da un aumento della spesa di 2,7 punti percentuali di Pil e da un finanziamento soprattutto in deficit, con un aumento del debito pubblico di quasi 7 punti percentuali del Pil in tre anni. L’effetto sul Pil di aumenti della spesa militare, in media, è contenuto, anche se non trascurabile nel breve periodo: il moltiplicatore è intorno a 1 (un aumento della spesa militare causa un aumento del Pil più o meno della stessa dimensione), con effetti persistenti anche nel medio periodo.

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Un recente rapporto del Fondo Monetario Internazionale (FMI) discute: (i) le caratteristiche degli aumenti di spesa militare negli ultimi anni; (ii) le conseguenze macroeconomiche di breve e medio-periodo di un aumento di tale spesa per 164 Paesi dal 1946 al 2024.[1]

Caratteristiche degli aumenti di spesa militare

Con la fine della Guerra Fredda, la spesa pubblica per la difesa nel mondo è calata (Fig. 1).[2] Tuttavia, dalla metà degli anni 2010, col riemergere di tensioni geopolitiche, la spesa è cresciuta e ora eccede il 2% del Pil in oltre il 40% dei Paesi (Fig. 2), pur restando molto al di sotto del livello precedente la caduta del muro di Berlino.

Questo trend è destinato a continuare, anche per l’impegno assunto dai Paesi NATO nel giugno 2025 di portare la spesa per difesa al 3,5% del Pil (5% incluse le spese correlate alla sicurezza) entro il 2035.[3]

Il rapporto del FMI identifica alcune caratteristiche dei 215 episodi di “boom” della spesa per la difesa osservati dal 1946 al 2024:[4]

  • l’aumento medio è stato di 2,7 punti di Pil, per una durata di poco più di due anni e mezzo. Nelle economie avanzate coinvolte in conflitti, questi episodi sono più lunghi e costosi: durano in media un anno in più e portano la spesa a crescere del 4,5% del Pil.
  • Questi boom si sono concentrati soprattutto nelle economie emergenti (189 casi su 215), in particolare in Medio Oriente e Africa, dove le tensioni geopolitiche sono più frequenti.
  • In ben il 46% dei casi, l’aumento della spesa per la difesa è stato seguito dallo scoppio di una guerra all’interno dei confini nazionali, segno che il riarmo era dovuto a conflitti intrastatali (guerre civili, ribellioni, eccetera).
  • Nella maggior parte dei casi, la spesa aggiuntiva è stata finanziata in deficit. Entro tre anni dall’avvio degli aumenti, il deficit cresce in media di 2,6 punti di Pil e il rapporto debito/Pil di quasi 7 punti rispetto all’inizio del periodo. Il finanziamento prevalentemente in deficit delle spese militari non si accompagna quindi a una compressione di altre voci del bilancio (Fig. 3).

  • Nel 26% dei casi il riarmo è però finanziato soprattutto attraverso la riallocazione di spesa (Fig. 4). La contrazione della spesa sociale vale circa 1 punto percentuale del Pil e interessa più voci, tra cui protezione sociale e sanità, che diminuiscono del 25%, e istruzione (-14%).

  • La maggior parte dell’aumento di spesa si concentra nelle importazioni di armi, che aumenta del 55% nell’arco di tre anni, e nel personale per la difesa (+13%).

Gli effetti macroeconomici degli aumenti della spesa per la difesa

Il documento del FMI contiene nuove stime del moltiplicatore della spesa militare, ossia dell’impatto che questa ha sul Pil in termini reali.

Stimare questo impatto è, in linea di principio, più facile per la spesa militare rispetto ad altre forme di spesa, perché aumenti di tale spesa possono spesso essere considerati “esogeni” (cioè non determinati dai movimenti del Pil), come richiesto per individuare una relazione di causalità tra spesa e Pil.[5] Tuttavia, le guerre spesso determinano sia un aumento della spesa militare, sia una contrazione del Pil (a causa della maggiore incertezza): un aumento della spesa militare può quindi comunque essere associato statisticamente a un calo del Pil, anche se, in realtà, tale aumento attenua la recessione. Di conseguenza, per identificare l’effetto della spesa militare sul Pil è preferibile concentrarsi su aumenti della spesa osservati in stati non colpiti da conflitti.

Per attenuare ulteriormente il problema della possibile endogeneità della spesa militare rispetto al Pil, le stime del FMI utilizzano il cosiddetto “narrative approach”, basato sull’analisi dei documenti ufficiali che spiegano la motivazione di aumenti delle spese militari: solo quelli che, in base a tali documenti, non sono motivati dalla necessità di sostenere l’economia sono considerati rilevanti per l’analisi empirica. Inoltre, le stime del FMI si focalizzano su membri di alleanze come la NATO, essendo tali decisioni presumibilmente non basate su gli andamenti delle economie dei singoli Paesi.

Seguendo questa metodologia, le stime econometriche presentate dal FMI producono moltiplicatori della spesa militare di poco superiori a 1: un aumento della spesa per la difesa genera un aumento del Pil leggermente maggiore (Fig. 5).

Tuttavia, vi sono differenze in base alle caratteristiche degli aumenti di spesa. Ad esempio, i moltiplicatori sono più elevati quando l’aumento della spesa è permanente, poiché ciò riduce le aspettative di future politiche fiscali restrittive, limitando così l’incremento del risparmio da parte delle famiglie e il rinvio degli investimenti da parte delle imprese. Inoltre, essi sono più elevati per i Paesi non importatori di armamenti in quanto una quota maggiore della domanda aggiuntiva rimane all’interno dell’economia nazionale. Anche il modo in cui la spesa viene finanziata è rilevante. I moltiplicatori sono più elevati quando l’espansione militare è finanziata in deficit piuttosto che riallocando la spesa o aumentando le imposte.

Il lavoro del FMI include poi scenari che utilizzano il Flexible System of Global Models, un modello dinamico stocastico annuale multiregionale (gestito dal Research Department del FMI) per illustrare gli effetti macroeconomici che potrebbero avere nei prossimi anni gli aumenti di spesa militare effettivamente decisi.

Nello scenario di base gli aumenti sono quelli decisi da un campione rappresentativo di stati europei. In particolare, viene considerato l’effetto di un incremento della spesa per la difesa dell’1% del Pil nel 2026, che poi arriva all’1,3% entro il 2030.[6] Il Pil reale è stimato aumentare, rispetto a uno scenario in assenza di aumenti della spesa militare, di 0,7 punti percentuali nel 2026 e di 0,9 punti entro il 2028 grazie a un aumento dei consumi e degli investimenti (Fig. 6). L’inflazione raggiunge un picco di circa 28 punti base (ossia quasi lo 0,3%) nel 2029 e poi inizia un graduale calo, pur rimanendo permanentemente più alta di 0,16 punti percentuali rispetto allo scenario senza stimolo (Fig. 7).

Il ruolo della politica monetaria è particolarmente rilevante. Se la banca centrale accompagna l’espansione fiscale mantenendo bassi i tassi di interesse, la produzione aumenta sensibilmente (linea tratteggiata, Fig. 6). Tuttavia, ciò avviene al prezzo di un aumento maggiore dell’inflazione e di un peggioramento del saldo delle partite correnti grazie alla forte dipendenza dalle importazioni di equipaggiamento militare dall’estero (linea tratteggiata Fig. 7).

 


[2] La spesa per difesa comprende tutte le spese governative destinate al mantenimento, allo sviluppo e all’impiego delle forze armate. Rientrano tra queste spese i costi del personale, le operazioni e la manutenzione, l’acquisto di armamenti e attrezzature, la ricerca e sviluppo (R&S) in ambito militare e le infrastrutture militari.

[4] Per “boom” di spesa si intende una fase in cui la spesa per la difesa, calcolata su due anni consecutivi, aumenta di almeno 1 punto percentuale del Pil. Il boom prosegue finché quel livello di spesa viene mantenuto.

[5] Il problema insorge perché se la spesa pubblica viene usata per attenuare un calo del Pil, empiricamente si può osservare una relazione negativa tra spesa e Pil (più spesa, meno Pil), quando invece la vera relazione è positiva (più spesa, più Pil).

[6] Si assume che, successivamente, la spesa rimanga costante in rapporto al Pil fino al 2035 e che poi diminuisca linearmente fino al 75% del livello del 2030 entro il 2050. Inoltre, si ipotizza che la spesa per la difesa sia allocata per il 20% agli armamenti e per il resto a stipendi, spese per esercitazione, uniformi, eccetera. Questa composizione è in linea con quella della spesa militare nei paesi dell’Unione Europea.

Un articolo di

Fabio Martino

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