Mondo

Frequenza e caratteristiche delle guerre nel mondo

13 maggio 2026

Facile

Frequenza e caratteristiche delle guerre nel mondo

Condividi su:

Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale mostra che il numero di conflitti armati nel mondo è in aumento, raggiungendo un picco storico dal 1946: l’aumento è imputabile soprattutto ai conflitti intrastatali, spesso di minore intensità, cioè con meno di 1.000 morti complessive, concentrati in Medio Oriente, Africa subsahariana e Asia meridionale. In parallelo, è aumentata la quota della popolazione mondiale residente in Paesi coinvolti in conflitti; si è però ridotta la durata media dei conflitti. È inoltre cresciuto il numero di morti legate ai combattimenti, tornato a livelli simili a quelli degli anni ’80: in rapporto alla popolazione mondiale, c’è però stato un calo da 5 morti ogni 100.000 abitanti nel 1984 a 3,4 nel 2022.

* * *

Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale (FMI) analizza gli andamenti dei conflitti armati e delle guerre dal 1946 a oggi:[1]

  • Un conflitto armato è definito dall’FMI come “un’incompatibilità dichiarata tra parti organizzate per il controllo del governo e/o di un territorio, nella quale l’uso intenzionale della forza tra due o più attori, di cui uno è necessariamente il governo di uno Stato, produce almeno 25 morti in combattimento in un anno per ciascuna delle parti coinvolte”;[2]
  • Una guerra, invece, è un conflitto armato tra Stati che comporta, complessivamente nel corso della sua durata, almeno 1.000 morti in combattimento.[3]

Adottando queste definizioni, a fine 2024 erano attivi 61 conflitti nel mondo. Il rapporto del Fondo evidenzia alcune tendenze di fondo:

  • Il numero di conflitti è tendenzialmente aumentato negli ultimi ottant’anni, con un’accelerazione negli ultimi quindici che ha portato il totale a un massimo storico (Fig. 1).
  • L’aumento è avvenuto in due fasi (Fig. 1). La prima inizia alla fine degli anni ’50 e prosegue fino alla fine degli anni ’80. Qui, l’aumento dei conflitti è probabilmente dovuto alla lotta per il potere a seguito dell’indipendenza delle precedenti colonie all’interno di nuovi Stati istituzionalmente e politicamente fragili (Wimmer & Min, 2006), e in territori contesi, con confini arbitrari che frammentano o aggregano gruppi etnico-religiosi molto diversi (Englebert et al., 2002; Michalopoulos & Papaioannou, 2016). Esiste infatti una correlazione empirica tra la nascita di nuovi Stati e di nuovi conflitti (Fig. 2). La seconda fase, iniziata nel 2012, riflette la proliferazione di episodi a bassa intensità, ovvero con meno di 1.000 morti complessive. Questa ripresa discende dalla mancata rimozione dei fattori strutturali all’origine dei conflitti precedenti, dalle crisi legate alla Primavera Araba (CFR, 2026) e dalla successiva crescita di gruppi armati non-statali transnazionali – come JNIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani) e Stato Islamico (Pettersson & Öberg, 2020) – che hanno trovato terreno favorevole nelle aree segnate dall’eredità coloniale (in particolare il Sahel e il Medio Oriente) a causa di fragilità istituzionali, redditi bassi, limitata capacità statale nel contrasto dei traffici illeciti e disponibilità di risorse naturali facilmente appropriabili (Rustad, 2025; Davies et al., 2025).

  • Il numero di Paesi con conflitti si è leggermente ridotto, ma sono aumentati i conflitti simultanei all’interno dello stesso Paese: i 53 conflitti del 1991 erano concentrati in 39 Paesi (1,4 conflitti per Paese); nel 2024, i conflitti attivi erano 61 e concentrati in 36 Paesi (1,7 per Paese). I conflitti all’interno di un Paese sono imputabili a scontri tra un governo e uno o più gruppi armati entro i confini nazionali. Dal secondo dopoguerra essi costituiscono stabilmente oltre l’85% dei casi; di questi, solo il 35% raggiunge soglie di alta intensità (almeno 1.000 morti in combattimento).
  • È cresciuto il tasso di internazionalizzazione dei conflitti – ossia la quota di conflitti interni ad un singolo Paese in cui intervengono governi stranieri – passando dal 10% durante la Guerra fredda al 38% nel periodo 2012-2024. Il fenomeno potrebbe essere legato alle crescenti interdipendenze economiche e, quindi, geopolitiche, che accrescono gli incentivi di alcuni Stati a intervenire militarmente, per esempio in guerre civili, quando sono in gioco risorse strategiche (energetiche e minerarie), metalli preziosi o rotte commerciali (Schissler et al., 2026; Bove et al., 2015; e Findley & Marineau, 2015). Dal 1946, i Paesi intervenuti più frequentemente con proprie truppe armate a sostegno di una delle parti coinvolte in conflitti intrastatali in altri Paesi sono gli Stati Uniti, la Francia e il Ciad (Fig. 3).[4]

  • Pur senza interventi diretti nei conflitti interni, i Paesi confinanti e i principali partner commerciali subiscono, in media, perdite dell’1% del Pil nei primi due anni dall’inizio di tali conflitti a causa dell’alterazione degli scambi commerciali; l’effetto tende a dissiparsi nel tempo grazie alla riorganizzazione delle catene produttive.[5]
  • Il numero di guerre in senso stretto (guerre tra Stati) è molto limitato, variando da 0 a 4 unità dal 1946: nel 2024 l’unica guerra era quella tra Russia e Ucraina; ad aprile 2026 si è aggiunta la guerra tra Stati Uniti e Israele da un lato e l’Iran dall’altro (Fig. 4).

  • Fino al 2024, la durata media dei conflitti è diminuita. Per quelli scoppiati tra il 1946 e il 1989, la durata media è stata di 4,5 anni; per quelli scoppiati tra il 1990 e il 2024, di 2,9 anni (Fig. 5).

  • Il tipo di conflitto comporta differenze. Le guerre interstatali hanno un impatto maggiore all’inizio, ma nel medio periodo il costo complessivo non aumenta di molto, grazie a politiche di stabilizzazione macroeconomica, ai sostegni internazionali e alle riforme. Invece, i conflitti intrastatali hanno un impatto inizialmente più contenuto, ma l’effetto cresce più rapidamente nel tempo, con un calo del Pil reale di quasi il 7% entro cinque anni dall’insorgenza (Fig. 6). La differenza potrebbe essere dovuta al fatto che le guerre tra Stati generano più facilmente un bene pubblico di interesse comune (“common-interest public good”), perché gruppi sociali interni potenzialmente rivali condividono l’interesse alla sopravvivenza dello Stato (Besley & Persson, 2008, 2009); rimane cioè intatta, o talvolta addirittura amplificata, la capacità statale di tassare e mobilitare risorse.[6] Le guerre civili, al contrario, mettono in discussione gli apparati stessi che dovrebbero adottare politiche di stabilizzazione. La ripresa economica dopo una guerra civile è quindi condizionata alla fine del conflitto. Il caso dell’Ucraina illustra questo punto. Il Pil è crollato di oltre un terzo nel secondo trimestre del 2022, ma già nel secondo trimestre del 2023, a guerra ancora in corso, si è registrata una crescita del Pil del 19,3% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Questo, secondo il FMI, è dipeso, oltre che da finanziamenti esteri, dal celere riadattamento delle politiche economiche, effettuato tramite riallocazione del bilancio verso la difesa, con protezione della spesa sociale, controlli sui capitali, stabilizzazione del tasso di cambio e digitalizzazione delle infrastrutture bancarie per garantire il funzionamento delle operazioni.

  • Su quasi 300 conflitti dal 1946 ad oggi, l’80% si è concentrato in 31 Paesi, tra cui Myanmar, India, Etiopia, Iran, Colombia, Afghanistan e Angola, cioè regioni tipicamente legate a instabilità postcoloniale, risorse naturali o tensioni etnico-religiose (Fig. 7).

  • Dal 1990, la popolazione residente in Paesi coinvolti in conflitti attivi è raddoppiata in valore assoluto; in rapporto alla popolazione mondiale, è passata dal 38% al 50% nel 2024. L’aumento riflette sia l’aumento dei conflitti sia la crescita demografica dei Paesi già coinvolti in guerre attive, molti dei quali hanno registrato tassi di crescita della popolazione superiori alla media mondiale. Tenendo fissa la popolazione al 1990 e considerando solo i conflitti attivi nel 2024 che non erano già in corso, la crescita della popolazione residente in aree di conflitto, dovuta allo scoppio di nuovi conflitti, è del 18,5% rispetto al 1990, ovvero 370 milioni di persone in più. Il restante riflette la crescita demografica dei Paesi in conflitto sia nel 1990 sia nel 2024.
  • Il numero di morti per conflitti armati ha seguito un andamento a U dall’inizio degli anni ’80 a oggi: da quasi 240mila nel 1984, il livello è inizialmente calato fino a un minimo storico nel 2005; da lì in poi, il numero è tornato a salire, superando le 275mila nel 2022. Il numero è comunque la metà rispetto alla fine degli anni ’40 (Fig. 8).[7] In rapporto alla popolazione mondiale, il numero di vittime si è ridotto da 5 morti ogni 100mila abitanti nel 1984 a 3,4 morti nel 2022.

Riferimenti bibliografici

Besley, T., & Persson, T. (2008). Wars and state capacity. Journal of the European Economic Association, 6(2-3), 522–530.

Besley, T., & Persson, T. (2009). The origins of state capacity: Property rights, taxation, and politics. American Economic Review, 99(4), 1218–1244.

Bove, V., Gleditsch, K. S., & Sekeris, P. (2015). Oil above water: economic interdependence and third-party intervention. Journal of Conflict Resolution: Research on War and Peace between and within Nations, 1-27.

Collier, P. (1999). On the economic consequences of civil war. Oxford Economic Papers, 51(1), 168–183.

Council on Foreign Relations. (n.d.). Violent extremism in the Sahel | Global Conflict Tracker.

Davies, S., Pettersson, T., Sollenberg, M., & Öberg, M. (2025). Organized violence 1989–2024, and the challenges of identifying civilian victims. Journal of Peace Research, 62(4), 1223–1240.

Englebert, P., Tarango, S., & Carter, M. (2002). Dismemberment and suffocation: A contribution to the debate on African boundaries. Comparative Political Studies, 35(10), 1093–1118.

Findley, M. G., & Marineau, J. F. (2015). Lootable resources and third-party intervention into civil wars. Conflict Management and Peace Science, 32(5), 465-486.

Hegre, H., & Sambanis, N. (2006). Sensitivity analysis of empirical results on civil war onset. Journal of Conflict Resolution, 50(4), 508–535.

Michalopoulos, S., & Papaioannou, E. (2016). The long-run effects of the Scramble for Africa. American Economic Review, 106(7), 1802–1848.

Pettersson, T., Davies, S., Deniz, A., Engström, G., Hawach, N., Högbladh, S., Sollenberg, M., & Öberg, M. (2021). Organized violence 1989–2020, with a special emphasis on Syria. Journal of Peace Research, 58(4), 809–825.

Rustad, S. A. (2025). Conflict trends: A global overview, 1946–2024 (PRIO Paper). Peace Research Institute Oslo (PRIO).

Schissler, F., Bethke, F., Pfeifer, H., Ruhe, C., Schwab, R., & Wolff, J. (2026). The internationalization of armed intrastate conflict: A systematic assessment of the state of research, data, and explanations (TraCe Working Paper No. 7). Research Center Transformations of Political Violence.

United Nations Development Programme (UNDP). (2023). Journey to extremism in Africa: Pathways to recruitment and disengagement.

Wimmer, A., & Min, B. (2006). From empire to nation-state: Explaining wars in the modern world, 1816–2001. American Sociological Review, 71(6), 867–897.

 


[1] Vedi: IMF, World Economic Outlook, Capitolo 3: “The Macroeconomics of Conflicts and Recovery”, aprile 2026.

[2] Definizione di Gleditsch, Nils Petter, Peter Wallensteen, Mikael Eriksson, Margareta Sollenberg, and Håvard Strand (2002) Armed Conflict 1946-2001: A New Dataset. Journal of Peace Research 39(5).

[3] Per Stato, o Paese, si intende invece uno Stato sovrano riconosciuto, o un governo non riconosciuto che controlla un territorio non rivendicato da alcun altro Stato riconosciuto, ossia non oggetto di alcuna contesa. Vedi: Codebook UCDP/PRIO Armed Conflict Dataset Codebook Version 25.1.

[4] Per ogni Paese, il numero indica in quanti conflitti intrastatali internazionalizzati esso compare come interveniente militare esterno, a sostegno di una delle due parti coinvolte (un Governo o un gruppo armato), tramite impiego di truppe armate. Per il dataset, vedi UCDP/PRIO Armed Conflict Dataset Codebook, Version 25.1. Uppsala Conflict Data Program / Peace Research Institute Oslo.

[5] Questa tesi è riportata dallo studio del FMI ma deriva da Qureshi, M. S. (2013). Trade and thy neighbor’s war. Journal of Development Economics, 105, 178-195.

[6] Sul tema della riorganizzazione statale dei fattori produttivi, vedi la nostra precedente nota “Che cos’è un’economia di guerra?” 4 febbraio 2026.

[7] Il dato, proposto secondo la definizione di UCDP/PRIO, riguarda le “battle-related deaths”, ossia legate direttamente ai combattimenti e non morti indirette per fame, malattia, collasso sanitario, migrazione forzata, ecc.; perciò il dato sottostima l’impatto reale dei conflitti.

Un articolo di

Valerio Ferraro

Condividi su:

Newsletter

Vuoi essere aggiornato
sui temi più importanti
di economia e conti pubblici?