Negli ultimi giorni l’attenzione dei commentatori economici e politici si è concentrata sulla mancata uscita dell’Italia dalla Procedura di Deficit Eccessivo (PDE) per aver superato il tetto del 3% per l’indebitamento netto (o deficit) nel 2025. Occorre ricordare che, comunque, il piano di rientro concordato con l’Unione Europea comportava per il 2025 un deficit del 3,3%, con un’uscita dalla PDE solo in base ai dati del 2026. Con un deficit al 3,1%, è quindi comunque andata meglio del previsto. Ciò detto, si era creata la speranza di un’uscita più rapida. Cosa è successo e quali sono le conseguenze?
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Questa nota chiarisce tre punti in merito alla mancata uscita dell’Italia dalla Procedura di Deficit Eccessivo (PDE).
- Di quanto è stato mancato l’obiettivo?
Il 22 aprile l’Eurostat ha certificato che il deficit italiano è stato di 69.381 milioni di euro e il Pil di 2.258.049 milioni. Il rapporto deficit/Pil è così risultato del 3.073%, arrotondato nelle tavole al 3,1%. Di quanto è stato lo sforamento esattamente, rispetto al tetto del 3%? Alcuni commentatori hanno indicato che sarebbe stato sufficiente che il deficit scendesse al 3,04% per rispettare il criterio del 3%. Questo perché, nella prassi seguita dalla Commissione Europea, si arrotonda al primo decimale: un 3,04% equivale quindi al 3%. In realtà, le regole europee indicano che, per uscire dalla PDE, il deficit deve essere “sotto il 3%”. Quindi un 3,04% non sarebbe stato sufficiente. Occorreva scendere, anche di pochissimo, sotto il 3%, ossia sotto 67.741 milioni. Abbiamo quindi mancato l’obiettivo di 1.640 milioni.
- È vero che lo sforamento è stato causato dai bonus edilizi?
Giorgia Meloni ha indicato che l’obiettivo del 3% sarebbe stato centrato se non fosse stato per i miliardi spesi per il Superbonus 110%.[1] Ha ragione? Sì, anche se la storia richiede alcuni chiarimenti.
Il Superbonus è stato erogato attraverso crediti d’imposta (ossia la possibilità di posticipare il pagamento di imposte). Eurostat ha deciso che questi crediti d’imposta (in quanto cedibili e quindi liquidi) dovessero essere contabilizzati nel calcolo del deficit nell’anno in cui le famiglie italiane li acquisivano. In pratica questo significa che i crediti sono stati contabilizzati, quasi interamente, negli anni scorsi e non nel 2025. C’è stata però una piccola “coda” di crediti di imposta che il governo Meloni, quando decise di por fine al Superbonus e agli altri bonus edilizi, consentì di mantenere temporaneamente in vita. Questa cosa ha generato la concessione di crediti d’imposta per circa 5 miliardi (0,2% del Pil) nel 2025, aumentando il deficit corrispondentemente. Sembra che questi 5 miliardi non fossero inizialmente stati considerati nella stima del deficit del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa omissione aveva portato alla speranza di poter lasciare la PDE già in base ai dati del 2025.
Un secondo canale attraverso cui il Superbonus ha appesantito il deficit del 2025 riguarda la spesa per interessi. L’impatto di cassa (cioè la perdita di gettito per lo stato) del Superbonus si verifica nel corso degli anni, quando i crediti sono utilizzati per pagare meno imposte. Questo utilizzo aumenta il debito pubblico (per esempio Giorgetti ha indicato che i bonus edilizi peseranno, in termini di cassa, per 40 miliardi nel 2026 e per altri 20 miliardi nel 2027, per poi esaurirsi o quasi). Parte dei crediti d’imposta che sono stati acquisiti dopo il 2020 è stata utilizzata per pagare meno imposte già tra il 2021 e il 2024, causando un aumento del debito pubblico. La cifra esatta di questo utilizzo non è nota ma è plausibile che sia nell’ordine di almeno 70-80 miliardi. Un maggior debito di tale importo ha generato una maggior spesa per interessi nel 2025 di almeno 2-3 miliardi, ossia circa lo 0,1% del Pil. Senza questa spesa addizionale, contabilizzata nel 2025, il deficit nella definizione rilevante per la PDE sarebbe stato sotto il 3%.
- È vero che non essere usciti dalla PDE nel 2025 ci impedisce di utilizzare la clausola di salvaguardia per aumentare le spese militari?
La clausola di salvaguardia (national escape clause) per la spesa militare consente a un Paese che la attiva di non veder contabilizzata la maggior spesa militare ai fini del rispetto delle regole europee. In che misura si perde questo vantaggio per il fatto che l’Italia resta in PDE?
Se un Paese non è in PDE la clausola, qualora un Paese lo richieda, consente di non entrare in PDE se il deficit supera il 3% a causa delle spese militari (fino a un certo tetto). Le cose però cambiano se un Paese è già in PDE. Per il modo in cui la legislazione è stata scritta, per l’uscita dalla PDE è necessario che il deficit scenda al 3% incluse le spese militari, anche nel caso la clausola fosse stata attivata. Per questo motivo l’Italia aveva inizialmente pensato di attivare la clausola solo dopo essere uscita dalla PDE in base ai dati del 2025. Questo non è avvenuto.
Ha allora senso attivare la clausola ora? Ci sono comunque dei vantaggi? Sì, per il motivo seguente.
Senza lo scomputo delle spese militari consentito dalla clausola, il conseguente più alto deficit esporrebbe l’Italia a un’intensificazione (stepping up) della PDE, compresa una nuova, possibilmente più severa, raccomandazione di misure per la sua correzione. Questo a sua volta, fintantoché l’Italia non abbia adottato le misure raccomandate, potrebbe escluderla dall’accesso al sostegno della Banca Centrale Europea (attraverso lo strumento del TPI, Transmission Protection Instrument, introdotto nel 2022) in caso di un attacco speculativo sul mercato dei titoli di stato italiani. In altri termini, se la clausola fosse attivata, l’Italia, pur rimanendo formalmente in PDE, non pagherebbe le conseguenze di aver aumentato le spese deviando dal sentiero inizialmente concordato.
Quindi l’Italia avrebbe comunque interesse ad attivare la clausola nel caso intendesse aumentare la spesa militare. Fra l’altro l’Italia ha già richiesto l’accesso ai finanziamenti a tassi agevolati e lunghissima scadenza concessi dall’Unione per il finanziamento della spesa militare attraverso la linea di credito SAFE.
[1] Vedi Deficit/Pil Italia, Meloni: "Superbonus ci impedisce di uscire dalla procedura Ue", SkyTG24, 22 aprile 2026. Questo link riporta il seguente virgolettato: "Fa arrabbiare constatare che, anche prendendo per buone le attuali stime Istat, saremmo stati comunque sotto il 3% di deficit se, anche nel 2025, sulle casse dello Stato non avesse gravato l’esborso di miliardi di euro per il Superbonus.”