Nel 2025 i nati in Italia sono 355mila, in calo del 3,9% rispetto al 2024. La riduzione è più marcata della media dell’ultimo decennio e si concentra nei primi mesi dell’anno. Questo andamento è coerente con un rinvio delle nascite, legato a decisioni prese nel 2024. Nel lungo periodo, la natalità è in calo per due fattori: meno donne in età fertile e una fecondità più bassa, scesa a 1,14 figli per donna. Il fenomeno riguarda molti Paesi europei, ma in Italia è più accentuato. Tra le cause ci sono le modifiche nella struttura della popolazione, il rinvio della genitorialità e il minore contributo dell’immigrazione. Contano anche le condizioni del mercato del lavoro e la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. A questi fattori si aggiunge il cambiamento delle istituzioni familiari, che ha reso più instabili le relazioni. Nel complesso, la natalità riflette sia vincoli demografici sia scelte sempre più incerte delle coppie.
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I dati più recenti diffusi dall’Istat nel bollettino sugli indicatori demografici del 30 marzo 2026 confermano che la natalità in Italia continua a diminuire e che la velocità della discesa è aumentata nell’ultimo anno.[1] Il fenomeno non è nuovo, ma negli ultimi dodici mesi emerge un peggioramento che merita ulteriori approfondimenti.
I nati sono stati 355mila nel 2025, con un calo di 15mila unità rispetto al 2024 (-3,9%). Si tratta di una riduzione più forte rispetto alla media dell’ultimo decennio, pari a circa -3,2% annuo. Questo è stato il diciottesimo calo consecutivo dal 2008, quando i nati furono 577mila, portando la flessione complessiva tra 2008 e 2025 al 38%. Il calo è concentrato nei primi mesi dell’anno: tra gennaio e maggio 2025 le nascite diminuiscono tra il 6% e l’8% rispetto agli stessi mesi del 2024, con un picco del 10% a febbraio. Nei mesi estivi il calo è più contenuto, con agosto e settembre che registrano anche un lieve aumento dei nati rispetto all’anno precedente. Anche usando dati destagionalizzati (Fig. 1), il quadro non cambia: nei primi cinque mesi del 2025 il calo resta più marcato, con una riduzione media intorno al 5%. Le nascite osservate tra gennaio e maggio 2025 riflettono decisioni prese nel corso del 2024, per cui un peggioramento delle aspettative in quel periodo può quindi tradursi in un calo all’inizio dell’anno successivo. Il peggioramento delle aspettative può riflettere diversi fattori: livello dei prezzi elevato e riduzione del potere di acquisto, alti tassi di interesse, quota significativa di contratti temporanei, con salari contenuti. In questo contesto, l’incertezza sul reddito futuro (e sul suo valore reale) può aver spinto alcune coppie a rinviare la decisione di avere un figlio.
Al di là delle variazioni sostenute dell’ultimo periodo, il calo della natalità è però ormai un fenomeno da considerarsi strutturale per il nostro come per altri Paesi europei. L’obiettivo di questa nota è quello di ricostruire l’evoluzione di lungo periodo e di fornire una rassegna di possibili spiegazioni.

Le nascite nel lungo periodo
Considerando la serie storica di lungo periodo dei nati (Fig. 2), l’Italia ha registrato più di un milione di nascite annue tra il 1870 e il secondo dopoguerra, con l’eccezione dei periodi delle due guerre mondiali. Negli anni Cinquanta, il numero di nati scende sotto il milione, mentre negli anni Sessanta si osserva una ripresa della natalità con oltre un milione di nascite nel 1964.
A partire da quel momento si avvia una fase di riduzione prolungata. Tra il 1964 e il 1984 le nascite diminuiscono di circa 450mila unità all’anno, da oltre un milione fino a 585mila. Nei successivi vent’anni, fino al 2008, il numero di nati resta relativamente stabile tra 520 e 580mila.
Dopo il 2008, le nascite ritornano a diminuire, scendendo sotto la soglia dei 500mila nati nel 2014 e sotto i 400mila nati nel 2022. Negli ultimi cinque anni il numero di nascite è diminuito in modo continuo, senza interruzioni. Il periodo della pandemia ha inciso, ma non ha modificato la tendenza negativa.

Il numero di nati in un certo anno dipende da due fattori: il numero di donne in età fertile e il numero medio di figli per donna in età fertile, definito come tasso di fecondità. Le serie storiche dell’Istat, disponibili sul sito dell’istituto, consentono di risalire fino al 1952 per queste due variabili.
Nel 2025 il tasso di fecondità totale è stato di 1,14 figli per donna (Fig. 3), in calo rispetto al 2024 (1,18) e molto lontano dalla soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna.[2] Questo significa che il calo delle nascite non dipende solo dal numero di donne in età fertile, ma anche da una minore propensione ad avere figli. Entrambi i fattori agiscono insieme.
Negli anni Cinquanta il numero medio di figli era superiore a 2,3 e ha raggiunto un massimo di circa 2,7 negli anni Sessanta. La discesa sotto la soglia di sostituzione avviene nel 1977. Dopo una fase di stabilizzazione tra 1,3 e 1,4, si osserva un lieve aumento fino al 2010 (1,44), seguito da una nuova riduzione.

Un confronto a livello europeo
Queste dinamiche demografiche accomunano molti Paesi dell’Unione Europea. La differenza dei nuovi nati tra 2024 e 2008 (Fig. 4), anno in cui è iniziato l’ultimo calo della natalità in Italia, mostra che l’UE ha avuto complessivamente un calo dei nati di un quarto, con grandi Paesi ampiamente sopra la media, come Polonia (-40%), Spagna (-39%), la già citata Italia (-36%), mentre la Germania mantiene stabile il numero di nati.[3]

L’Italia risulta in cima alla classifica per maggiore età delle madri al primo parto (Fig. 5): nel 2024 era di 32,6 anni, come la Spagna e subito dietro l’Irlanda, contro una media dell’Unione Europea di 31,3; gli unici tre Paesi sotto i 30 anni sono Slovacchia, Romania e Bulgaria. In termini percentuali, il tasso di fecondità italiano è calato del 18%, sopra la media europea (-15%). Il calo registrato nel nostro Paese è allineato a quello di Francia, Olanda e Polonia, mentre in Spagna è calato di un quarto; in Germania, il tasso di fecondità ha una traiettoria differente, avendo un calo marginale rispetto al 2008 (-1%).

Sempre nel 2024 l’Italia aveva il sesto tasso di fecondità più basso (Fig. 6); tra i grandi Paesi, dietro di noi vi sono Spagna e Polonia. La media UE è di 1,34 figli per donna, mentre nessun Paese è sopra al tasso di sostituzione: il Paese con il valore più alto è la Bulgaria (1,72), seguita da Francia (1,61) e Slovenia (1,52). Tra 2008 e 2024, l’Italia ha registrato un aumento dell’età media delle madri al primo parto di 1,6 anni, poco superiore alla media europea (1,5).

Alla ricerca di spiegazioni
Tra il 1985 e il 2008 il numero di nascite in Italia è rimasto relativamente stabile, tra le 500 e le 580mila unità annue. Questa stabilità non riflette una fecondità elevata, ma una combinazione di fattori demografici e sociali che nel tempo si sono compensati e che possono dare indicazioni per spiegare gli andamenti più recenti. Il primo elemento riguarda la struttura della popolazione. Le generazioni nate negli anni del baby boom sono numerose e garantiscono un’ampia base di donne in età fertile. Questo elemento ha compensato livelli di fecondità già relativamente bassi, mantenendo stabile il numero complessivo di nascite. A questo si aggiunge il recupero delle nascite rinviate negli anni Settanta, che ha contribuito a sostenere ulteriormente i livelli aggregati nel periodo successivo.
Un ulteriore fattore è il ruolo dell’immigrazione. Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, le donne straniere presentano livelli di fecondità più elevati rispetto alle italiane e diventano una componente rilevante delle nascite complessive. Nel tempo, tuttavia, questo differenziale si riduce per effetto della convergenza dei comportamenti riproduttivi verso quelli della popolazione residente, con una progressiva perdita di contributo marginale alla dinamica delle nascite. Dopo il 2008 questo equilibrio si è interrotto e le nascite sono diminuite in modo continuo.
Sul piano economico, la letteratura evidenzia il ruolo delle condizioni del mercato del lavoro e le possibilità di conciliare lavoro e scelte familiari. Adserà (2004)[4] mostra che nei Paesi sviluppati la fecondità è sistematicamente più bassa quando la disoccupazione è elevata, la diffusione dei contratti temporanei è ampia e l’incertezza sul reddito è più forte. In questo contesto, l’ingresso tardivo e instabile nel mercato del lavoro aumenta il costo atteso della genitorialità e spinge molte coppie a rinviare la nascita del primo figlio o a ridurre il numero complessivo di figli desiderati. Queste evidenze sono coerenti, per esempio, con i risultati di Del Boca, Pasqua e Pronzato (2009),[5] che sottolineano il ruolo decisivo del contesto istituzionale sul lavoro femminile e le scelte di fecondità. La disponibilità di servizi per l’infanzia, la struttura dei congedi parentali e la diffusione di forme di part-time non penalizzanti incidono sia sulla partecipazione delle madri al mercato del lavoro sia sulla probabilità di realizzare i propri progetti di fecondità. In assenza di strumenti efficaci di conciliazione, il costo opportunità della maternità resta elevato e la fecondità risulta più esposta alle fasi cicliche del mercato del lavoro.
Accanto a questi fattori, agisce una trasformazione strutturale della popolazione. Le generazioni nate dagli anni Settanta in poi sono meno numerose e questo riduce il numero potenziale di madri. È un effetto che si trasmette nel tempo: anche in presenza di un eventuale aumento della fecondità, il numero di nascite resterebbe contenuto per un vincolo demografico nella composizione della popolazione.[6] Al di sotto di 1,5 figli per donna, infatti, la letteratura individua la cosiddetta “low fertility trap”, cioè un insieme di fattori che si auto-alimentano che rendono difficile il ritorno verso livelli più elevati di fecondità. Tra questi rientrano aspettative pessimistiche sul futuro economico e del welfare, la diffusione di norme sociali che rendono sempre più accettabili famiglie con pochi o nessun figlio e il forte posticipo delle nascite, che riduce la fecondità anche a parità di intenzioni iniziali.[7] Ad esempio, per quanto riguarda i comportamenti individuali, l’età media al primo figlio supera oggi i 31 anni. Il rinvio della genitorialità riduce la probabilità di avere più figli nel corso della vita fertile e una parte delle nascite viene semplicemente posticipata senza essere recuperata. Studi comparativi europei confermano che il posticipo è spesso associato a una riduzione permanente della fecondità (Kohler, Billari e Ortega, 2002).[8]
Un ulteriore fattore riguarda il cambiamento delle istituzioni familiari. Bellido (2014) analizza 18 Paesi europei tra il 1960 e il 2006 e mostra che le riforme che hanno reso più accessibile il divorzio hanno ridotto in modo permanente la fecondità, con un ritardo di 5/6 anni dalla loro introduzione. La stima è una riduzione del tasso di fecondità totale di 0,2 figli per donna. Questo fattore non spiega il calo improvviso del 2025, ma aiuta a leggere il contesto di lungo periodo: la natalità si è indebolita anche perché sono cambiati matrimonio e stabilità familiare.[9] Si è cioè indebolita la famiglia, l’istituzione chiave entro la quale si realizzano le scelte riproduttive delle coppie.[10] Se i figli sono un investimento specifico di una specifica coppia, l’incertezza sulla durata della coppia aumenta l’incertezza dell’investimento e comporta un’inevitabile riduzione degli investimenti, quindi dei figli. Inoltre, la letteratura suggerisce che i figli cresciuti in coppie divorziate hanno una minore probabilità di avere figli e, in media, ne hanno meno. In alcuni casi diventano genitori prima, ma le relazioni durano meno. Questo aumenta l’instabilità familiare e si riflette sulla natalità.[11]
[2] Il tasso di sostituzione è definito come il numero medio di figli che una donna deve avere durante la sua vita per garantire che la popolazione rimanga stabile. Un tasso di 2,1 è considerato il minimo necessario per sostituire la popolazione esistente, tenendo conto della mortalità infantile e delle variazioni demografiche.
[3] Vedi Demography, population stock and balance, Eurostat.
[4] Vedi Adserà, A. (2004). Changing fertility rates in developed countries. The impact of labor market institutions. Journal of Population Economics, 17(1), 17–43.
[5] Vedi Boca, D. D., Pasqua, S., & Pronzato, C. (2009). Motherhood and Market Work Decisions in Institutional Context: A European Perspective, Oxford Economic Papers, 61, 147–171.
[6] Lee, R. (2003). The demographic transition: Three centuries of fundamental change. Journal of Economic Perspectives, 17(4), 167–190.
[7] Vedi Lutz, W., Skirbekk, V., & Testa, M. R. (2006). The low-fertility trap hypothesis: Forces that may lead to further postponement and fewer births in Europe, Vienna Yearbook of Population Research, 4, 167–192.
[8] Kohler, H.-P., Billari, F. C., & Ortega, J. A. (2002). The emergence of lowest-low fertility in Europe during the 1990s. Population and Development Review, 28(4), 641–680.
[9] Héctor Bellido, Miriam Marcén, Divorce laws and fertility - ScienceDirect, Labour Economics, Volume 27, 2014, 56-70.
[10] Anche in Italia, come nel resto d’Europa, i divorzi sono aumentati nel tempo. Nel 2024 sono stati oltre 77mila, in calo rispetto al biennio 2022-2023, ma aumentati quasi del 50% rispetto al 2014, quando se ne sono registrati 52mila, mentre le separazioni sono state 75mila, il valore più basso degli ultimi 15 anni. Vedi Matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi – Anno 2024, Istat. In termini relativi, in Italia vi sono 1,3 divorzi ogni 1000 abitanti, valore inferiore alla media europea (1,6) e rispetto agli altri grandi Paesi europei: in Francia, Germania e Spagna il tasso è all’1,7 per mille. Vedi Divorce indicators, Eurostat.
[11] Vedi Palmaccio S., Mazrekaj D., De Witte K., Fertility Outcomes of Adult Children With Divorced Parents: Evidence From Population Data, Demography, vol. 63, n. 1, pp. 291-322, 2026).