È opinione largamente condivisa che negli ultimi vent’anni il divario economico tra Europa e Stati Uniti si sia ampliato: a prezzi costanti, dal 1999 al 2025 il Pil americano è cresciuto cumulativamente del 76%, quello dell’UE del 46%. In termini pro capite la differenza è minore, ma togliendo gli Stati dell’ex Europa Orientale, che partivano da livelli molto bassi, l’Europa è cresciuta del 27%, contro il 44% statunitense. C’è però chi sostiene che l’Europa non abbia perso terreno rispetto agli USA, visto che nelle serie storiche a prezzi correnti in parità di potere d'acquisto (PPP) la crescita europea non è inferiore, e, in vari anni, è anche superiore a quella americana. La nota argomenta che le conversioni PPP, utili per comparazioni statiche tra Paesi, non sono adatte per i confronti temporali tra Paesi. Il ritardo dell'Europa rispetto agli Stati Uniti ci sembra quindi confermato.
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È opinione largamente condivisa che l’economia europea non cresca come quella statunitense, e che negli ultimi decenni il livello di benessere dei cittadini americani sia cresciuto più di quello degli europei. Ad esempio, nel “Rapporto per la competitività europea” Mario Draghi sostiene che ci sia un importante divario di crescita del Pil pro capite: “si è aperto un ampio divario nel Pil tra l'UE e gli Stati Uniti […] Le famiglie europee hanno pagato il prezzo in termini di mancato tenore di vita”.[1] Non sostiene questa tesi Paul Krugman, secondo cui la narrazione del declino europeo è fuorviante e basata su metriche interpretate in modo errato, in quanto non considererebbero il cambiamento del potere d’acquisto.[2] Questa nota confronta il Pil americano con quello europeo, affrontando i problemi relativi alla misurazione e concludendo che dal 1999 al 2025 l’Europa è cresciuta meno rispetto agli Stati Uniti.
Il Pil europeo e quello americano
Il confronto tra il Pil di due aree geografiche dipende crucialmente dall’unità di misura. La più grezza sono i prezzi a cambi correnti: in questo caso, il Pil dell’UE è cresciuto più di quello USA fino al 2008, e poi la tendenza si è invertita, con una crescita cumulata nel periodo 2000-2025 ora favorevole agli USA. Questa metrica è però fortemente influenzata dalle variazioni della popolazione, dall’inflazione interna e dal tasso di cambio: ad eccezione del periodo post-Covid, la traiettoria del Pil a prezzi correnti europeo, composto per la maggior parte da Paesi dell’Eurozona, segue abbastanza fedelmente l’andamento del cambio euro/dollaro (Fig. 1).

Il Pil espresso a prezzi costanti elimina i movimenti dovuti all’inflazione e al tasso di cambio, e registra solamente i volumi prodotti. In questo caso gli USA sono cresciuti di più in tutto il periodo 1999-2025, ma il divario è divenuto rilevante solo dopo il 2011. In seguito, la crescita USA, in particolare dopo il Covid, è stata notevolmente superiore. Fatto 100 il 1999, nel 2025 gli Stati Uniti sono a 176 e l’UE sta 146. 30 punti di differenza rappresentano un divario molto importante e tale da incidere negativamente sul tenore di vita degli europei.

Sull’andamento del Pil complessivo, anche a prezzi costanti, pesano ancora le dinamiche demografiche; dividendolo per la popolazione otteniamo il Pil pro capite a prezzi costanti. Visto che la popolazione americana è cresciuta più di quella europea, in termini pro capite il confronto è più equilibrato: fino al 2022 il Pil pro capite UE era cresciuto cumulativamente come quello USA (36% gli USA, 35% l’UE, Fig. 3). Negli ultimi tre anni (2023-2025) il Pil pro capite americano è però cresciuto molto di più di quello europeo, portando il divario in termini di crescita cumulata nel periodo 1999-2025 a sei punti percentuali (44% americano contro il 38% europeo). La differenza è spiegabile con il forte aumento del deficit americano rispetto a quello dei Paesi europei.
Nell’analizzare questi dati, occorre chiedersi se la dinamica della popolazione possa essere considerata esogena rispetto alla dinamica dell’economia. Un’ipotesi plausibile è che il maggiore dinamismo dell’economia americana abbia influito sia sui tassi di natalità, molto più alti negli Stati Uniti che in Europa, sia sull’immigrazione (almeno fino all’inizio dell’era Trump). Se si ritiene che la crescita della popolazione sia in parte endogena, allora il confronto più significativo è quello della Fig. 2, in cui il Pil non è diviso per la popolazione.

Occorre inoltre considerare che nel dato dell’Unione Europea nel suo complesso sono inclusi anche gli Stati dell’ex Europa Orientale, che da livelli di Pil pro capite molto bassi negli anni ’90 hanno vissuto un grande sviluppo, convergendo assai rapidamente verso i Paesi avanzati. Si potrebbe obiettare che un confronto tra Stati Uniti ed Europa debba includere solo Paesi europei che già negli anni novanta dello scorso secolo avevano livelli di sviluppo simili; questo confronto più omogeneo può essere fatto considerando l’Eurozona a 12 Stati (d’ora in poi “Eurozona”; Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo). Così facendo, il quadro peggiora: il Pil pro capite dell’Eurozona è cresciuto più o meno allo stesso ritmo degli USA fino circa al 2011, e poi ha perso terreno; la crescita cumulata al 2025 è del 27%, 17 punti percentuali in meno di quella statunitense (44%).
La parità di potere d’acquisto
Le argomentazioni secondo cui l’Europa non avrebbe perso terreno rispetto agli Stati Uniti poggiano sui dati del Pil pro capite a “parità di potere d’acquisto” (Purchasing Power Parity, PPP) a prezzi correnti. La conversione PPP corregge le differenze di prezzo tra Paesi di beni identici ed è tipicamente impiegata nei confronti tra Paesi in un dato istante. Per esempio, ipotizzando che l’unico bene sia il pane, se in UE il Pil è 100 euro e il pane costa 25 euro, mentre in USA il Pil è 100 dollari e il pane costa 50 dollari, in parità di potere d’acquisto il Pil europeo è il doppio di quello USA, perché permette di comprare il doppio del pane: il fattore di conversione da euro a dollari internazionali PPP è 2 (50/25).
Nella realtà, il paniere è un vastissimo campione di tutti i beni e servizi compresi nel Pil, e il tasso di conversione è ottenuto pesando i singoli beni/servizi in base alla loro quota di spesa. Passando da un confronto in un singolo istante a un confronto nel tempo, la conversione PPP può seguire due approcci:
- Prezzi costanti: la conversione è effettuata per l’anno base, e l’andamento è determinato dai tassi di crescita del Pil reale pro capite delle due economie. Si considera unicamente l’andamento dei volumi nel tempo, ma si ignorano i possibili cambiamenti di potere d’acquisto; viene ipotizzato che i prezzi relativi tra le due economie dell’anno base siano validi per tutto il periodo.
- Prezzi correnti: la conversione viene effettuata ogni anno, tenendo conto del cambiamento dei prezzi relativi tra le due economie e dunque dei cambiamenti di potere d’acquisto nel tempo. La crescita delle due economie è nominale, corretta per l’evoluzione dei prezzi relativi tra le due nazioni.
Confrontando la crescita cumulata del Pil pro capite dell’Unione Europea con quello statunitense, le serie a prezzi correnti e costanti danno risultati molto diversi. Nella serie a prezzi costanti PPP, l’andamento è identico, per costruzione, alla serie a prezzi costanti non PPP. Dal 1999 al 2025 il Pil pro capite europeo ha accumulato un divario negativo rispetto agli Stati Uniti (Fig. 4). Nella serie a PPP correnti avviene il contrario: a fine periodo, la crescita cumulata del Pil pro capite europeo è addirittura superiore del 20% rispetto a quella statunitense.[3]

Anche restringendo il perimetro all’Eurozona, i risultati sono contrastanti (Fig. 5): a prezzi costanti, il Pil pro capite dell’Eurozona accumula un divario negativo del 12% rispetto alla dinamica statunitense, mentre a prezzi correnti PPP registra un differenziale positivo dell’8%.[4]

Emerge dunque che i prezzi europei sono saliti meno di quelli americani, facendo sì che in termini di parità di potere d’acquisto il Pil pro capite europeo non abbia perso terreno, anzi ne abbia guadagnato, rispetto agli USA, nonostante i volumi prodotti per abitante siano cresciuti di più negli Stati Uniti.
Quale misura?
Qual è la metrica corretta per capire come si è evoluto il benessere degli europei rispetto agli americani?
La posizione a favore dell’utilizzo della PPP a prezzi correnti argomenta che, se si vuole misurare il livello di benessere materiale relativo tra le due aree, è corretto considerare non solo quante merci vengono prodotte per abitante, ma anche quante se ne possono effettivamente comprare. Finché il consumatore europeo ha accesso ai prodotti americani a basso prezzo, anch’esso gode dell’innovazione altrui. Questa è la tesi di Paul Krugman: la maggior crescita dei volumi americana è stata trainata dall’innovazione nel settore ICT (Information and Communication Technologies), dei cui benefici in termini di prezzi più bassi hanno però goduto anche gli europei.[5]
La posizione a favore dei prezzi costanti, sostenuta ad esempio da Luis Garicano e Philippe Aghion, argomenta che una serie storica del Pil i cui movimenti sono determinati dal cambio PPP presenta delle distorsioni e non rappresenta la vera crescita.[6] Il punto di partenza del ragionamento è che la PPP è un indice “spaziale”, che serve a confrontare il livello dei prezzi di un paniere di beni comparabili tra due Paesi in un momento esatto. Al contrario, il deflatore del Pil è un indice “temporale”, che serve a depurare i dati di un singolo Paese dalla propria inflazione nel tempo per isolare la vera crescita dei volumi prodotti.
Si potrebbe pensare che, essendo entrambe le misurazioni un prezzo (o deflatore) del Pil, le due variabili dovrebbero essere uguali. La Fig. 6 mostra l’andamento nel tempo del rapporto tra il deflatore del Pil dell’Eurozona e il deflatore del Pil USA, e del cambio PPP Eurozona/USA: nel periodo 1999-2025 la misura basata sulle PPP diverge dall’inflazione relativa dei deflatori di 17 punti. In altre parole, l’inflazione dell’Eurozona rispetto a quella americana (misurate dai deflatori del Pil) è superiore a quanto sembrerebbe emergere dall’andamento della parità di potere d’acquisto dell’Eurozona rispetto agli Stati Uniti. Questa divergenza è sufficiente per spiegare perché, usando le PPP, il Pil pro capite dell’Eurozona cresce più di quello americano.

I limiti della PPP
I motivi per cui la PPP a prezzi correnti restituisce un quadro molto diverso dal deflatore del Pil, e per cui non è adeguata a un confronto nel tempo, sono tre:
- Sistemi di ponderazione differenti: l’inflazione domestica (il deflatore del Pil, in base al quale viene derivata la serie a prezzi costanti) pesa i beni esclusivamente in base alla spesa interna di quel Paese nel tempo. La conversione PPP spaziale, invece, utilizza medie ponderate tra i Paesi confrontati. Ipotizziamo che un bene venga consumato massicciamente in una nazione, ma poco a livello internazionale. Se il prezzo del bene scende rapidamente, il deflatore nazionale registrerà un forte calo (vista la grande quota del consumo nazionale), restituendo un aumento massiccio dei volumi. Nel calcolo PPP, la quota del bene nel paniere internazionale sarà minore: l'indice dei prezzi scenderà in misura più contenuta e, convertendo il Pil nominale con questo tasso, il balzo produttivo verrà parzialmente neutralizzato.
- Campionamento dei prodotti: per calcolare il deflatore, le agenzie statistiche nazionali tracciano l’evoluzione dei prezzi di beni specifici e altamente rappresentativi per il mercato interno. La PPP, al contrario, deve selezionare beni che siano comparabili a livello internazionale nello stesso momento. Spesso il bene perfettamente comparabile tra due nazioni non coincide con quello più consumato o rappresentativo nei confini nazionali. Facciamo un esempio: per calcolare l’inflazione interna, l’agenzia americana traccia il prezzo del formaggio Cheddar, diffusissimo negli USA, mentre quella francese traccia il formaggio Brie. Per calcolare la PPP, tuttavia, i due beni non sono confrontabili: i responsabili della statistica dovranno misurare, ad esempio, il prezzo del Brie in entrambi i Paesi. Poiché il Brie negli Stati Uniti è un prodotto di nicchia, e dunque poco rappresentativo della spesa media americana, i prezzi catturati dalla misurazione PPP seguiranno dinamiche diverse da quelli che muovono il deflatore nazionale.
- Il vincolo multilaterale: le misurazioni PPP ufficiali non sono una semplice sequenza di confronti bilaterali (es. Eurozona contro USA), ma di confronti multilaterali, in cui i livelli dei prezzi devono essere coerenti tra centinaia di nazioni. Ciò implica che il prezzo dello stesso bene deve essere osservabile in tantissimi Paesi, rendendo il paniere e le sue ponderazioni molto meno precise rispetto a quanto fatto dalle agenzie statistiche nazionali per i deflatori domestici. Il tasso di conversione tra Europa e Stati Uniti è quindi il prodotto di macro-categorie approssimate e pesi globali, che riflettono meno fedelmente l’andamento dei prezzi rispetto ai deflatori nazionali.
Se le PPP sono la miglior approssimazione possibile per un confronto tra diversi Paesi nello spazio in un dato istante, possono essere imprecise per un confronto nel tempo, per il quale sono più adeguati i prezzi costanti. Va anche detto che i tre motivi di cui sopra inducono a dubitare della solidità delle PPP anche come misure di comparazione nello spazio, dubbio sollevato anche dal Premio Nobel Angus Deaton nel Presidential address del 2010 all’American Economic Association: “I confronti basati sulla PPP tra Paesi profondamente diversi poggiano su deboli fondamenta teoriche ed empiriche”.[7]
Alla luce di queste distorsioni, la misurazione a prezzi costanti risulta la più solida per valutare la traiettoria di sviluppo, e la conclusione sul declino europeo risulta corretta: in termini di volumi, dal 1999 al 2025 l’Europa è cresciuta meno degli Stati Uniti.
[1] Vedi Draghi M., “The future of European competitiveness”, 9 settembre 2024, Parte A, pag. 5.
[2] Vedi i vari post di Krugman sulla piattaforma Substack: "Is Europe in Economic Decline?", 10 maggio 2026 e “Challenging the Narrative of European Decline: Revised”, 21 maggio 2026.
[3] Nel testo abbiamo rappresentato la crescita relativa come differenza percentuale tra crescita cumulata del Pil pro capite PPP UE e USA. Una misura visivamente più immediata della crescita relativa sarebbe il rapporto tra il livello del Pil pro capite PPP dell’UE e quello statunitense, fotografato in diversi istanti nel tempo. Le due misure sono analoghe e portano alle stesse conclusioni in termini di crescita, ma abbiamo scelto la prima perché dalla seconda si potrebbero trarre conclusioni fuorvianti sul livello relativo delle due economie. A prezzi costanti, il livello relativo delle due economie è infatti molto sensibile all’anno base in cui si applica la PPP. Per esempio, a prezzi costanti, con la conversione PPP fissata al 2020, il Pil pro capite dell’UE era il 68% di quello USA nel 2025. Tuttavia, spostando l’anno base, e dunque il cambio PPP, al 2000, il Pil dell’UE è il 58% di quello americano nel 2025.
[4] Il tasso di cambio PPP dell’Eurozona a 12 Stati non è presente nei database OCSE da cui sono stati presi tutti i dati. È stato ottenuto rapportando la somma dei Pil dei 12 Paesi in euro correnti alla somma dei Pil dei 12 Paesi in dollari internazionali PPP.
[5] La tesi è spiegata più approfonditamente, oltre che nei post citati in nota 2, nel seguente post: “Modeling the US-Europe Paradox (Very Wonkish)”, 12 maggio 2026.
[6] Vedi i seguenti post Substack: “The Mismeasurement of European Productivity (Revised)”, 31 maggio 2026; “European stagnation is real”, 12 maggio 2026. Ulteriori dettagli tecnici sono spiegati in una nota tecnica dell’economista Antonin Bergeaud.
[7] Vedi Deaton A., “Price Indexes, Inequality, and the Measurement of World Poverty”, American Economic Review, Vol. 100, No. 1, marzo 2010.