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L’alto tasso di crescita del Pil pro capite dell’Italia: eccezione o cambio di marcia?

08 maggio 2026

Intermedio

L’alto tasso di crescita del Pil pro capite dell’Italia: eccezione o cambio di marcia?

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Fra il 2021 e il 2023 il Pil pro capite dell’Italia è cresciuto più di quello di quasi tutti i Paesi avanzati perché il rimbalzo del Pil dopo i lockdown del 2020 è stato inizialmente amplificato da aumenti della spesa pubblica e del deficit molto più rilevanti che negli altri Paesi. Negli anni successivi vi è stata però una decelerazione fino allo 0,5% del 2025. Si può ragionevolmente pensare che il PNRR abbia portato a un qualche miglioramento del potenziale di crescita rispetto al modesto 0,4% della media 2000-2019. Ma se è così si tratta di decimali; è molto improbabile che si tratti di un cambio di marcia.

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In un recente articolo sul Sole24Ore l’economista Marco Fortis ha argomentato che, guardando al Pil per abitante, l’Italia è, assieme alla Grecia, uno dei Paesi più virtuosi in Europa e fra i più virtuosi al mondo.[1] Fortis guarda a vari periodi della storia recente che hanno in comune una caratteristica cruciale: includono sempre gli anni dal 2021 al 2023 in cui l’Italia ha avuto fortissimi aumenti del Pil e del Pil pro capite; aumenti che la maggior parte degli economisti attribuisce al fatto che dal 2020, l’anno dei lockdown per la pandemia, fino all’incirca al 2022-2023 l’Italia aumentato moltissimo il deficit di bilancio e la spesa pubblica. Questi aumenti sono stati possibili grazie ai tassi zero o negativi della BCE nonché al fatto che l’Italia è il Paese che ha fatto uso in misura più massiccia del piano NextGenerationEU, messo a diposizione dall’Unione Europea.

Presi al valore facciale, i numeri danno ragione a Fortis. Nella Tav. 1 sono riportati i tassi di crescita cumulati nel periodo 2020-2025 del Pil reale pro capite, della popolazione e del Pil reale. I Paesi elencati in tabella sono quelli presi in considerazione da Marco Fortis. Come si vede, considerando il Pil pro capite, l’Italia si colloca al secondo posto dopo la Grecia. Si colloca invece ad un pur sempre onorevole settimo posto se si considera il Pil reale complessivo. Il motivo di questa diversa collocazione dell’Italia consiste nel fatto che l’Italia è uno dei tre Paesi, insieme a Grecia e Giappone, con popolazione decrescente: -1,4% nel periodo considerato. Tutti gli altri Paesi hanno una popolazione che è ancora crescente e dunque hanno un Pil per abitante che cresce meno del Pil complessivo.

Il motivo per il quale l’Italia ha una collocazione tanto virtuosa (nel Pil e nel Pil pro capite) sta nel fatto che, come si è detto, nei tre anni dal 2021 al 2023 ha avuto tassi di crescita assolutamente straordinari.

La Fig. 1 mostra la crescita del Pil per abitante dell’Italia a confronto con quello dell’eurozona, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. Fatto 100 il 1995, l’Italia si colloca oggi a 118 (ossia il Pil pro capite è cresciuto del 18 per cento in trent’anni), l’eurozona a 133, l’Unione Europea a 152, gli Stati Uniti a 162. Questo è il grafico che in genere hanno in mente gli economisti quando dicono che dal punto di vista della crescita l’Italia è il malato d’Europa.

Guardando meglio, tuttavia, si vede che dal 2020 in poi la distanza della linea Italia rispetto alle altre si è un po’ ridotta. Per vedere meglio il fenomeno, è utile la Fig. 2 che mostra la differenza fra i tassi di crescita di ogni singolo anno del Pil pro capite dell’Italia rispetto a quelli dell’eurozona e dell’UE. Come si vede, la differenza è quasi sempre negativa nel senso che l’Italia è l’area che cresce di meno, il che non fa altro che confermare il messaggio della Fig. 1. Tuttavia, nel 2021 c’è una nettissima inversione di tendenza e l’Italia supera di ben 3,1 punti percentuali la crescita media dell’eurozona e dell’UE. L’Italia supera l’UE e l’eurozona anche nei successivi tre anni. Nei confronti dell’eurozona il vantaggio dell’Italia è pari a 1,9% nel 2022, 1,8% nel 2023 e 0,3% nel 2024. Nel 2025, l’Italia si è invece collocata sotto l’eurozona e sotto l’UE rispettivamente di 0,5 e 0,8 punti percentuali.

Le Figg. 3 e 4 spiegano il perché di questi tassi di crescita straordinari. Il deficit, nella definizione Eurostat di indebitamento netto della PA, è salito dall’1,5% del Pil nel 2019 al 9,4% nel 2020 ed è rimasto molto elevato anche nei successivi tre anni: 8,9% nel 2021, 8,1 nel 2022 e 7,3 nel 2023. Questi numeri si confrontano con valori molti più bassi nella media dell’eurozona e dell’Ue: il deficit medio dell’Ue è salito al 5,5% nel 2020 e già nel 2021 era sceso a 3,8. Nel 2022 era 1,8%.

Il deficit non racconta tutta la storia di questi anni, perché in parte è stato coperto da finanziamenti a fondo perduto dell’UE: i grants del PNRR per quasi 72 miliardi. È utile quindi guardare al totale della spesa pubblica: questa è aumentata di 8,4 punti di Pil nel 2020, dal 48,4% nel 2019 al 56,8 ed è rimasta sopra il 50% del Pil fino a tutto il 2025. Nella media dell’UE, l’incremento nel 2020 è stato molto minore: 6,3 punti di Pil, dal 46,5% al 52,8%. E la discesa post Covid è stata molto più rapida: già nel 2022 la spesa era scesa sotto il 50%. Anche l’aumento del debito/Pil è stato fra i maggiori in Europa: +20,5 punti di Pil nel 2020, a fronte di un +12 dell’UE. Per questi motivi in Italia il rimbalzo post Covid è stato più robusto che in quasi tutti gli altri Paesi.

La Fig. 5 mostra l’eredità di questa politica in termini di debito pubblico. Fra i Paesi che sono stati coinvolti nella crisi dei debiti sovrani, l’Italia è l’unico il cui debito pubblico è ancora in salita. Tutti gli altri Paesi – Spagna, Portogallo, Grecia, per non dire dell’Irlanda – hanno un debito in rapida discesa. Dopo il balzo in alto del 2020, tutti i debiti pubblici sono stati erosi dall’inflazione del 2022 e 2023. Ma negli altri Paesi la discesa è proseguita a ritmi molto sostenuti. In particolare, colpisce la discesa del debito/Pil della Grecia, che spiega la previsione del Fondo Monetario Internazionale secondo cui nel 2026, il debito/Pil dell’Italia sarà superiore a quello della Grecia.

In conclusione, sembra di poter dire che il dato di crescita del 2025 (+0,5%) vada letto come il ritorno dell’Italia alla crescita anemica degli ultimi trent’anni. L’ipotesi che invece sia, assieme al dato del 2024, un’eccezione rispetto allo straordinario exploit del triennio 2021-2023 appare piuttosto improbabile e peraltro non appartiene a Fortis, il quale si limita a citare i dati e non ne trae implicazioni per il futuro. Nella media del periodo fra il 1995 e il 2019 (l’anno che precede gli eventi straordinari della pandemia), la crescita dell’Italia è stata di 0,4% all’anno. Si può ragionevolmente pensare che il PNRR non sia stato solo la somma di tanti fallimenti: ad esempio, sembrerebbe che qualcosa sia migliorato per quanto riguarda la digitalizzazione della PA. Così come si può ragionevolmente pensare che alcuni frutti del PNRR saranno visibili nel tempo lungo. Ad esempio, se è vero che si è ridotta la durata media dei processi, gli effetti di questo miglioramento sulla propensione ad investire in Italia non possono che essere molto dilazionati nel tempo.

Vanno peraltro tenute in considerazione le particolari fragilità dell’Italia, in termini ad esempio di debito pubblico, di dipendenza energetica dall’estero e di sottodimensionamento delle imprese. Queste considerazioni possono indurre a ritenere che, ceteris paribus, l’Italia possa mettere a segno qualche decimale in più che nei precedenti trent’anni, ma solo qualche decimale. Peraltro, tutti gli uffici studi internazionali prospettano per l’Italia tassi di crescita nei prossimi anni sempre inferiori all’1%. Per il 2026, le previsioni si attestano attorno allo 0,5%. E anche il governo nel recente Documento di Finanza Pubblica non ha ritenuto di potersi discostare molto dalla previsione di consenso per quanto riguarda il potenziale di crescita dell’economia (0,6% o 0,7%) e ha inoltre segnalato i molti rischi al ribasso. Purtroppo, non possiamo ancora dire che l’Italia ha cambiato marcia.

 


[1] Marco Fortis, “Italia e Grecia le più virtuose per aumento del Pil per abitante”, IlSole24Ore, 21 aprile 2026.

Un articolo di

Giampaolo Galli

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