Lavoro

Il mismatch nel mercato del lavoro

20 giugno 2023

Intermedio

Il mismatch nel mercato del lavoro

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“Mismatch” è l’anglicismo utilizzato per definire la mancata corrispondenza della domanda di lavoro da parte delle imprese con l’offerta da parte dei lavoratori. Sebbene, secondo le statistiche europee, in Italia il tasso di posti vacanti sia in linea con la media degli altri Paesi dell’UE a 27, il problema viene spesso sollevato dalle imprese che non riescono a trovare i candidati ideali per le assunzioni che hanno programmato. Molto spesso il dibattito si concentra sia sulla bassa percentuale di laureati italiani sia sulla scelta dell’indirizzo di studi accademici, che si scontrano con le richieste delle imprese. Negli anni si nota almeno una parziale convergenza delle scelte degli studenti verso gli ambiti di specializzazione più richiesti dal mercato, ma ciò nonostante i posti riservati ai laureati non vengono ancora coperti del tutto, un laureato su cinque risulta non occupato e alcuni laureati italiani decidono di lavorare all’estero (la “fuga di cervelli”). Più in generale, tuttavia, questi temi devono essere analizzati in relazione al tessuto produttivo italiano, che sembra richiedere figure specializzate, ma non laureate, per importanti settori come l’industria, le costruzioni e il commercio.

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La questione del mismatch

La mancata corrispondenza della domanda di lavoro da parte delle imprese con l’offerta di lavoro da parte dei lavoratori viene comunemente definita come mismatch. Il termine evidenzia un problema che negli ultimi anni si è rivelato di grande importanza nel contesto italiano: sebbene infatti le imprese sembrino programmare un gran numero di assunzioni, trovare canditati ideali si rivela per loro molto più arduo di quanto si possa prevedere guardando semplicemente al tasso di disoccupazione, quindi alle persone che dichiarano di cercare attivamente un lavoro. Molti imprenditori riportano difficoltà rispetto alle competenze specifiche e alle qualifiche dei candidati, ma la reperibilità degli stessi appare ancora il principale problema per le imprese, che faticano a trovare quasi un laureato su due ricercati.[1] La mancanza di candidati con le caratteristiche adatte ai profili ricercati dalle imprese, specialmente nel caso dei laureati, comporta dunque dei tempi molto lunghi per coprire i posti di lavoro richiesti.

Per indagare l’entità del problema del mismatch potrebbe essere utile guardare al “tasso di posti vacanti”, che misura la proporzione di posti vacanti rispetto alla somma dei posti di lavoro complessivi (vacanti e occupati). Di conseguenza, la percentuale di posti vacanti permette di considerare sia le dinamiche relative all’offerta (da parte di occupati e disoccupati) sia quelle relative alla domanda di lavoro (come determinante del totale dei posti di lavoro, quelli occupati e quelli vacanti).

Secondo l’Eurostat, il tasso di posti vacanti in Italia nell’ultimo trimestre del 2022 risulta pari all’1,9 per cento.[2] Il dato italiano risulta superiore a quello spagnolo (0,9 per cento), per esempio, ma inferiore sia a quello della Germania (4,4 per cento) che a quello medio dell’UE a 27 (2,8 per cento). Questo potrebbe indicare che il problema italiano sia meno grave di quanto sembri. Il dato Istat, invece, riporta dei numeri leggermente più alti, con un tasso di posti vacanti nell’ultimo trimestre del 2022 pari al 2,3 per cento sia per il settore dell’industria che per quello dei servizi (senza considerare il settore delle costruzioni).

Come si concilia quindi un tasso di posti vacanti relativamente contenuto con le difficoltà da parte delle imprese di reperire “personale qualificato”? Un primissimo dato da considerare è chiaramente quello del livello di istruzione della popolazione. Secondo la classificazione ISCED 2011,[3] l’Italia risulta ben al di sotto della media europea (intesa Eurozona-20) in termini di quota di popolazione con istruzione terziaria (il 18,1 per cento contro il 31 per cento). I dati sono ancora più preoccupanti quando si nota che invece la percentuale di persone con istruzione di livello basso risulta molto alta, paragonabile a quella della Spagna (rispettivamente il 38,8 e 37,7 per cento). In particolare, per quanto riguarda la fascia di età fra i 25 e i 54 anni (Fig. 1), vi è ancora una percentuale significativa di individui con basso livello di istruzione (il 31,7 per cento), percentuale di più di dieci punti superiore alla media dell’Eurozona-20. Allo stesso modo, viene confermato il grande divario per quanto riguarda la quota di popolazione con istruzione terziaria, che in Italia è solo il 23,4 per cento, il valore più basso dell’Unione europea dopo la Romania (22,1 per cento).

Questi valori non sono certamente sorprendenti, dal momento che il tema è stato affrontato spesso negli ultimi anni. Dunque, questa caratteristica sembra essere in qualche modo un equilibrio consolidato in Italia ed è ulteriormente accentuata da fenomeni come quello della “fuga di cervelli”, per il quale non solo abbiamo pochi laureati ma addirittura una quota non marginale di questi (il 5 per cento secondo Almalaurea) espatria con lo scopo di sfruttare al meglio le proprie competenze e il proprio titolo di studio, suggerendo dunque che non vi sono opportunità sufficienti nel Paese. L’importanza del problema è stata sottolineata anche dal Presidente della Repubblica Mattarella nel discorso del 2 giugno, nel quale ha dichiarato che “lavorare in un Paese diverso dal proprio deve essere una scelta e un’occasione per accrescere la propria formazione” e non una “fuga necessaria”.

La domanda delle imprese

Quanto appena descritto sembra trovare riscontro nei numeri di posti di lavoro programmati dalle imprese per il 2022. La richiesta di laureati, infatti, corrisponde solo al 15,1 per cento del totale dei posti di lavoro programmati, contro il 18,9 per cento dei posti riservati a persone senza alcun titolo di studio, il 36,2 per cento previsto per individui con qualifica di formazione o diploma professionale e un ulteriore 28,7 per cento per individui con formazione secondaria (Fig. 2). Rispetto a queste richieste, i dati relativi alle assunzioni nel 2022 indicano che complessivamente sono stati ricoperti circa l’80 per cento dei posti di lavoro programmati. La maggior parte dei posti di lavoro (il 36 per cento del totale) era programmata per gli individui con formazione/diploma professionale, ma sono stati coperti solo al 45 per cento con lavoratori che avevano le qualifiche richieste dalle imprese. Più del doppio dei posti previsti, invece, hanno riguardato la parte di popolazione senza titolo di studio, con 1.581.540 assunti contro i 980.000 posti programmati, che hanno quindi ragionevolmente sostituito la mancanza di lavoratori con qualifica professionale.[4] Qui sembrerebbe dunque annidarsi la componente principale del mismatch. Si nota anche una carenza di laureati, per i quali è stato coperto circa il 63 per cento dei posti programmati. Questa carenza, unita al fenomeno della “fuga dei cervelli”, sembrerebbe suggerire una seconda componente del mismatch, legata alla scelta della formazione universitaria.

Un commento finale alla Fig. 2 per quanto riguarda invece gli istituti tecnici superiori (ITS). Secondo il Ministero dell’Istruzione e del Merito, questi sono “scuole di eccellenza ad alta specializzazione tecnologica che permettono di conseguire il diploma di tecnico superiore”, rappresentando dunque la porzione di formazione terziaria professionalizzante non universitaria. In questo caso, il divario fra posti di lavoro programmati e assunti effettivi corrisponde solo al 30 per cento circa, con 36.950 assunti contro i 52.000 previsti. La contenuta domanda delle imprese per chi ha frequentato un ITS può anche essere riconducibile alle insufficienti competenze che vengono acquisite seguendo il percorso di studi. Gli istituti tecnici professionalizzanti in Italia non risultano ancora pienamente efficaci nel formare lavoratori con competenze tecniche specifiche e adatte alle richieste delle imprese. Senza una differenziazione significativa data dal percorso di formazione degli ITS, le imprese possono sostituire a questo tipo di manodopera qualificata (almeno sulla carta) lavoratori meno qualificati che però offrono un set di competenze equiparabili. Effettivamente, gli ITS sono stati introdotti in Italia solo negli anni Novanta, molto più tardi che in altri Paesi come la Germania, dove ad oggi il 37 per cento degli iscritti a un istituto di istruzione terziaria frequenta una Fachhochschule (FH, equivalente degli ITS), contro appena lo 0,4 per cento degli italiani.

La questione dei laureati

Nel 2022 sono dunque stati assunti 280 mila laureati in meno del previsto, nonostante la percentuale di posti programmati fosse comunque molto bassa rispetto al totale. È quindi necessario indagare come questo dato si concili con la bassa percentuale di laureati in Italia, che in ogni caso riportano un tasso di occupazione pari all’80,6 per cento, un dato che è inferiore all’85,1 dell’Eurozona-20 o all’88,7 per cento della Germania, ma che è certamente superiore alla percentuale di occupati con livelli di istruzione più bassi (Fig. 3).

Il dato riportato in Fig. 3 descrive la percentuale di laureati occupati sulla totalità dei laureati, a prescindere dall’età e dall’anno di conseguimento della laurea. Questo numero include anche tutti i laureati che decidono di uscire dal mondo del lavoro o che ne rimangono fuori per motivi non inerenti alla loro formazione. Per ovviare a questa distorsione si può far riferimento al tasso di occupazione dei laureati entro 5 anni dal conseguimento del titolo. Per fare un confronto a livello europeo, nella Fig. 4 è riportato tale tasso per i Paesi già analizzati in precedenza per la fascia d’età tra i 20 e i 34 anni.

Si nota come l’Italia è anche in questo caso all’ultimo posto tra i Paesi presi in analisi ed è penultima in UE, davanti solo alla Grecia (71,8 per cento). Forse è solo una questione di tempo, dal momento che i dati Almalaurea sottolineano come il 92,1 per cento (dato 2022) dei laureati sono occupati a 5 anni dalla laurea.[5] Infatti, i dati di Eurostat non fanno differenza tra coloro che si sono laureati da pochi mesi, un anno o cinque anni, mentre il censimento di Almalaurea prende come campione solo i laureati dopo cinque anni dal conseguimento del titolo.

Se un laureato italiano su cinque non è occupato, il problema è dovuto all’offerta o alla domanda di lavoro? Per le imprese che operano nel settore del turismo, delle costruzioni, del commercio o dell’industria è più facile comprendere perché la richiesta di laureati sia relativamente più bassa, ma anche in questo caso sembra che i posti previsti non riescano a essere coperti dalle assunzioni effettive perché evidentemente la formazione dei laureati non corrisponde alle figure richieste dalle imprese (Fig. 5).

La differenza tra gli inserimenti previsti e gli assunti effettivi risulta però persino più ampia proprio in quei settori in cui sono invece richiesti la maggior parte dei laureati. Nei settori dei servizi alle imprese e alle persone, infatti, dove nel 2022 erano stati programmati circa 546 mila posti per laureati, ne sono stati assunti solo poco più di 330 mila (il 60,6 per cento). Ciò significa che a fronte di un basso numero di laureati e di una richiesta contenuta da parte delle imprese, le assunzioni non riescono a coprire i fabbisogni.

In questo contesto potrebbe giocare un ruolo importante il tema delle competenze degli individui con un livello di istruzione universitario, che spesso non coincidono alle necessità delle aziende. Skill mismatch è il termine che in questo contesto descrive la mancata corrispondenza tra la preparazione dei laureati e le competenze richieste. In base ai dati forniti da Excelsior-Unioncamere (Fig. 6), le imprese richiedono prevalentemente individui provenienti da un percorso di studi in campo economico (26,4 per cento) o ingegneristico (22,6 per cento). Una quantità significativa di posti è, inoltre, offerta a laureati nel campo dell’insegnamento e della formazione, quello sanitario e paramedico e quello scientifico/matematico/fisico/informatico (rispettivamente il 14,8, 9,8 e 6,9 per cento).

I laureati italiani sembrano rispondere solo parzialmente a quanto richiesto dal mercato del lavoro (Fig. 7). Il 17,1 per cento dei laureati del 2021 ha conseguito un titolo in ambito economico. Percentuali più basse si registrano per quelli che hanno ottenuto una laurea nel campo dell’ingegneria industriale e dell’informazione, in campo medico-sanitario e farmaceutico e in campo scientifico (12,3, 11,6 e 8,4 per cento). Appare invece alto il numero di laureati per l’indirizzo politico-sociale e di comunicazione relativamente alla domanda da parte delle imprese (solo il 2,3 per cento dei posti per laureati). Allo stesso tempo, resta bassa la percentuale di laureati in informatica e tecnologie IT e architettura e ingegneria civile, sebbene vi sia domanda per queste qualifiche.

Se il quadro dei laureati per indirizzo di studio nel 2022 rispecchia le caratteristiche dell’offerta di lavoro negli ultimi anni, i laureati sembrano quindi rispondere parzialmente a quanto richiesto dalle imprese. Negli anni, però, sembra esserci stata una convergenza verso le richieste del mercato. Dal 2001 al 2021 il numero di laureati nell’anno è più che raddoppiato, ma sono anche cambiate le proporzioni di studenti per i diversi indirizzi di studio (Fig. 8). Se vent’anni fa era forse giustificato avere il 14,2 per cento di laureati in campo giuridico, è comprensibile che al giorno d’oggi questo numero si sia ridotto al 5,6 per cento. Allo stesso modo trova corrispondenza la relativa riduzione (dell’1,5 per cento) di laureati in ambito letterario-umanistico e artistico.[6]

Nonostante la percentuale di laureati nel 2022 in campo scientifico e informatico risultasse ancora troppo bassa rispetto alle tendenze di mercato, è possibile notare come vi sia stato in ogni caso un aumento di laureati in questi ambiti. Nel complesso, sembra che vi sia una forma di convergenza delle discipline scelte dai diplomati verso le richieste delle imprese, che dovrebbe tradursi (ma evidentemente non abbastanza) in una maggior corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro.

Scelte formative e tessuto produttivo

Le scelte degli studenti sembrano quindi reagire, almeno parzialmente, alle richieste delle imprese rispetto ai campi di studio e specializzazione di maggiore interesse, sebbene con carenze ancora notevoli, per esempio in ambito informatico e tecnologico. Il problema del mismatch diventa dunque estremamente rilevante per alcuni settori e meno importante per altri.

Tuttavia, la più generale domanda di laureati è legata alla struttura del sistema produttivo italiano (Fig. 9). Dai dati relativi agli occupati italiani per settori produttivi, la maggior parte degli occupati lavora nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio, dei trasporti e dei servizi di alloggio e ristorazione (25,2 per cento del totale degli occupati). Verosimilmente gli impieghi in tali ambiti, così come per il settore industriale o delle costruzioni (con rispettivamente il 16,7 e il 6,9 per cento degli occupati), potrebbero richiedere un minor numero di laureati. Se quasi il 50 per centro degli occupati si colloca in settori nei quali il titolo di studio universitario è meno rilevante, allora la carenza di laureati spesso lamentata potrebbe essere un problema minore rispetto alla formazione di individui con capacità specifiche per determinati tipi di impiego.

Allo stesso tempo, la pubblica amministrazione, la difesa, l’istruzione, e le attività tecniche di stampo scientifico, che comunque coprono complessivamente circa il 32 per cento degli occupati, richiedono un’istruzione di alto livello. È in questi casi che la scelta degli indirizzi di studio diventa più rilevante e gioca un ruolo determinante nella corrispondenza tra domanda e offerta di lavoro fra imprese e laureati. Quello che occorre chiedersi dunque è quali sono le figure che mancano laddove la laurea diventa una sovra-specializzazione (over-qualification) e quali laureati servono laddove la laurea è invece necessaria. Questi due fenomeni prendono rispettivamente il nome di vertical e horizontal mismatch. Di questo ci occuperemo in una prossima nota.


[1] Come denunciato anche nel report di Excelsior-Unioncamere “Laureati e Lavoro” del 2022.

[2] Il dato si riferisce ai settori dell’industria, delle costruzioni e dei servizi (eccetto attività da lavoratori autonomi e corpi e organizzazioni extra-territoriali).

[3] La classificazione identifica tre aggregati: i livelli 0-2 (educazione inferiore alla primaria, primaria, e secondaria inferiore), i livelli 3-4 (educazione secondaria superiore e post-secondaria non terziaria), e i livelli 5-8 (educazione terziaria a ciclo breve, laurea triennale o certificazioni equivalenti, lauree magistrali o certificazioni equivalenti, dottorati o certificazioni equivalenti).

[4] Dei 980.000 posti programmati per individui senza titolo di studio, il 44,7 per cento (437.990) erano destinati a personale immigrato. Purtroppo, dal report “Lavoratori immigrati” di Excelsior-Unioncamere del 2022 non si possono reperire i dati sugli assunti effettivi. È tuttavia probabile che le maggiori assunzioni per lavoratori senza titolo di studio rispetto al programmato si siano verificate anche per il personale immigrato.

[5] I dati qui riportati provengono dalla sintesi della XXV Indagine sulla Condizione occupazionale dei Laureati di Almalaurea (2023).

[6] Ovviamente qui ci si riferisce al mero valore di mercato di una laurea e non si sta prendendo in considerazione un tema più generale e importante come quello del valore sociale della cultura e della formazione, umanistica e non. Le esternalità positive generate da un livello di istruzione più elevato per l’intera popolazione sono discusse per esempio da S. Iranzo, G. Peri, “Schooling Externalities, Technology, and Productivity: Theory and Evidence from U.S. States”, The Review of Economics and Statistics, 91(2), 2009, pp. 420-431.

Un articolo di

Ilaria Maroccia, Federico Neri

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