Secondo le statistiche ufficiali, in Italia i tempi della giustizia civile si sono ridotti negli ultimi anni: l’indicatore utilizzato (il cosiddetto disposition time) è calato da 6 anni e 7 mesi nel 2017 a 5 anni nel 2024. Tuttavia, questo indicatore non misura la durata storica dei processi, ma stima quella futura in base alla velocità di smaltimento nell’anno in corso. Per comprendere se il miglioramento dei tempi è effettivo questa nota incrocia il disposition time con altri due indicatori: la durata media dei processi pendenti alla fine di un certo anno e quella dei processi conclusi nel corso dell’anno. Dal 2017 al 2024, per i primi due gradi di giudizio tutti e tre gli indicatori sono in calo, suggerendo un’effettiva riduzione dei tempi: il disposition time è sceso del 18%, la durata media dei pendenti del 27%, quella dei conclusi del 21%. Il calo è più marcato nel secondo grado che nel primo. Inoltre, la nota, in base al solo disposition time e sempre per i primi due gradi di giudizio, conclude che i tempi della giustizia si sono ridotti anche per i processi con più immediate implicazioni per l’economia, ossia quelli di natura commerciale.
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Uno dei problemi strutturali dell’economia italiana è la lunga durata dei processi. Tale lunga durata, relativamente ai processi di natura commerciale, indebolisce la certezza del diritto, scoraggiando l’investimento in Italia. Secondo le statistiche più frequentemente citate, negli ultimi anni i tempi della giustizia italiana si sono però ridotti. La durata dei processi civili nei tre gradi di giudizio, pur rimanendo la più lunga dell’UE, si è ridotta del 23% dal 2017 (quando era di 6 anni e 7 mesi) al 2024 (quando era di 5 anni).[1] Questa durata è misurata dal cosiddetto “disposition time” (DT), utilizzato anche per valutare i progressi al fine del PNRR. Il DT non misura direttamente la durata dei processi, ma la stima attraverso altre variabili. Questa nota discute due questioni: (i) se il DT fornisca adeguate informazioni o se debba essere completato da altri indicatori per capire quale sia la reale riduzione nella durata dei processi; (ii) se la durata dei processi si è effettivamente ridotta anche per quelli che hanno più immediate implicazioni per l’economia, ossia quelli di natura più commerciale.
Come si misurano i tempi della giustizia
Il DT è dato dal rapporto tra numero di processi pendenti a fine anno e numero di processi conclusi nell’anno, moltiplicato per 365 così da esprimerlo in giorni. Esso non misura quindi la durata storica dei processi conclusi in un anno, ma stima quella futura attraverso il ritmo di smaltimento: per esempio, poniamo che a fine 2025 ci siano due processi pendenti. Supponiamo che l’ufficio giudiziario (il Tribunale per il primo grado di giudizio, la Corte d’appello per il secondo grado, la Cassazione per il terzo) nel 2025 abbia concluso un processo; se continuasse alla stessa velocità in futuro l’ufficio giudiziario ci metterebbe due anni a chiudere i processi pendenti (dato che ne conclude uno l’anno).[2]
Due indicatori alternativi al DT, rilevanti perché sono quelli a cui si pensa, intuitivamente, quando si parla della lunghezza dei processi, sono:
- la durata media dei processi pendenti, che misura da quanto sono iniziati i processi ancora in corso, dalla data di iscrizione alla fine dell’anno in questione;[3]
- la durata media dei processi conclusi, che misura quanto sono durati i processi, dalla data di iscrizione alla sentenza.
Questi tre indicatori possono portare a conclusioni diverse sulla durata dei processi, sia in termini di livello che di miglioramento. Aiutiamoci con degli esempi.[4]
- Il livello: supponiamo che a fine 2024 in un ufficio ci siano 6 casi pendenti, di cui due iniziati dieci anni fa e quattro da solo un anno. Nel corso del 2024 l’ufficio ha chiuso due processi, che erano aperti da due anni. A fine anno, la durata dei processi misurata tramite il DT è di 3 anni (6 pendenti / 2 chiusi = 3). La durata media dei processi pendenti è invece di 4 anni [(10+10+1+1+1+1)/6 = 4]. La durata media dei processi conclusi è di 2 anni [(2+2)/2 = 2].
- Il miglioramento: continuando l’esempio precedente, ipotizziamo che a inizio 2025 l’ufficio riceva in carico 3 nuovi processi, e che nel corso dell’anno ne chiuda 3. A prescindere da quali processi vengano chiusi, il DT migliora, scendendo da 3 anni nel 2024, come sopra indicato, a 2 anni nel 2025 (6 pendenti / 3 chiusi = 2).[5] La variazione degli altri indicatori dipende invece da quali casi vengono chiusi.
- Caso A: supponiamo che i processi conclusi siano proprio i 3 appena entrati (che a fine 2025 hanno età un anno). I casi lunghi invecchiano di un anno (quelli che avevano 10 anni adesso ne hanno 11, quelli di un anno adesso ne hanno 2), e la durata media dei pendenti sale da 4 a 5 anni [(11+11+2+2+2+2)/6 = 5]. Tuttavia, la durata media dei processi conclusi, dato che vengono chiusi i processi giovani, si dimezza da 2 anni a 1 [(1+1+1)/3 = 1], implicando un accorciamento dei tempi.
- Caso B: supponiamo che l’ufficio chiuda invece i processi in essere da più tempo: i due vecchi di 11 anni e uno vecchio di 2 anni. In tal caso, la durata media dei pendenti crolla da 4 a 1,5 anni [(2+2+2+1+1+1)/6 = 1,5]. Tuttavia, la durata media dei processi conclusi peggiora, schizzando da 2 a 8 anni [(11+11+2)/3 = 8].
Dagli esempi si potrebbe dedurre che la durata dei pendenti sia l’indicatore più affidabile (aumenta se i casi lunghi invecchiano, diminuisce se si chiudono), ma anch’esso ha un difetto: ignora il ritmo di smaltimento. Riprendiamo la situazione di fine 2024 (6 pendenti con durata media di 4 anni) e poniamo che nel 2025 l’ufficio riceva 5 nuovi processi e ne chiuda soltanto uno (quello vecchio di 11 anni). A fine anno l’ufficio avrà ben 10 processi pendenti, la cui durata media scende da 4 anni a 2 e mezzo [(11+2+2+2+2+1+1+1+1+1)/10 = 2,4]. Il “ringiovanimento” delle cause pendenti, più che all’effettivo smaltimento, è dovuto all’ingresso di cause nuove. Nel frattempo, infatti, il DT è esploso a 10 anni (10 pendenti / 1 chiuso = 10).
Questi esempi chiariscono che misurare i tempi della giustizia e le loro variazioni in base a un solo indicatore può essere fuorviante. Nei prossimi paragrafi i tempi della giustizia verranno quindi analizzati utilizzando congiuntamente i tre indicatori (DT, durata media dei pendenti e durata media dei conclusi).
Il miglioramento è effettivo?
L’analisi congiunta dei tre indicatori suggerisce che dal 2017 al 2024 siano stati fatti dei progressi effettivi nei tempi della giustizia civile di primo e secondo grado. I processi di terzo grado non sono analizzati in questa nota in quanto la Cassazione non fornisce dati sulla durata dei casi pendenti. Inoltre, l’analisi si ferma al 2024 perché per la durata media effettiva dei processi pendenti e conclusi non sono ancora disponibili i dati del 2025.[6]
Nel 2024, sommando i tempi dei primi due gradi di giudizio, il DT era di circa 2 anni e mezzo (918 giorni).[7] I tempi sono un po’ più lunghi osservando la durata media dei conclusi, che supera i 3 anni (1.160 giorni), mentre la durata media dei pendenti è allineata a quella del DT, circa 2 anni e mezzo (927 giorni).[8]
Dal 2017 al 2024 tutti e tre gli indicatori sono calati (Fig. 1): il DT è sceso del 18%, la durata media dei conclusi del 21% e la durata media dei pendenti del 27%. La contrazione del DT è dovuta a una persistente differenza tra numero di casi conclusi e numero di nuovi casi, con un calo dei casi pendenti (Fig. 2). La riduzione del DT è stata più forte nel secondo grado (22%) che nel primo (9%). Lo stesso vale per la durata media dei conclusi (31% nel secondo grado, stabile nel primo) e dei pendenti (29% nel secondo, 25% nel primo).


Possiamo quindi dedurre che negli ultimi anni i tempi dei processi si siano effettivamente ridotti, soprattutto nel secondo grado di giudizio: gli uffici chiudono più cause di quante ne entrano (calo del DT), concludendo i vecchi casi (calo della durata dei pendenti) e, al contempo, definendo molti casi giovani (il calo della durata dei conclusi suggerisce che, tra questi, le cause giovani siano maggiori di quelle vecchie).
La giustizia che conta per le imprese
Non tutti i processi civili hanno però rilevanza per le imprese. Per esempio, sicuramente non interessano alle imprese le separazioni e i divorzi, o le cause in materia minorile. Se si vuole valutare la riduzione dei tempi nei processi che hanno più implicazioni per l’economia, è allora necessario escludere dal computo le materie irrilevanti per le imprese. Con i dati a disposizione, ciò può essere fatto solo per il DT.[9]
Per queste materie, il DT nei primi due gradi di giudizio era di 2 anni e 10 mesi (1040 giorni) nel 2024, di cui 10 mesi (305 giorni) nel primo e 2 anni (735 giorni) nel secondo (Fig. 3).[10]
Dal 2017 al 2024 il DT dei due gradi di giudizio è calato del 21%. Per le materie d’interesse delle imprese, non solo la riduzione è quindi confermata, ma è anche maggiore della totalità dei casi (per la quale, come visto sopra, è del 18%).[11]

Cosa ha guidato la riduzione del DT per le materie d’interesse per le imprese? Per il complesso dei primi due gradi di giudizio, non c’è stato un calo degli afflussi, e i conclusi sono diminuiti. Il DT si è ridotto interamente grazie al fatto che gli uffici comunque chiudono più cause di quante ne entrino (Fig. 4).

Appendice
Il disposition time (DT) dell’anno t (dt) è
dove:
- pt è il numero di casi pendenti alla fine dell’anno t;
- ct è il numero di casi conclusi durante l’anno t.
Si noti che:
dove at è il numero di casi entrati nell’ufficio (afflussi) durante l’anno t.
La variazione del DT dall’anno t-1 all’anno t è quindi:
che dopo vari procedimenti è riscrivibile come:
Questa identità evidenzia che:
- L’effetto dovuto alla variazione dell’afflusso è
. Un aumento dei casi in entrata aumenta il DT in misura tanto maggiore quanto minore è il numero di casi conclusi dal tribunale. Il DT di un ufficio che chiude poche cause è quindi più sensibile a un aumento dei casi in entrata rispetto a uno in cui se ne chiudono molte.
- L’effetto dovuto alla variazione dei casi conclusi è
. Un aumento dei casi conclusi fa scendere il DT in misura tanto maggiore quanto maggiore è l’ammontare dei pendenti.
- L’ultima componente è
, che chiamiamo “effetto inerziale”. Questa è indipendente dalle variazioni degli afflussi e dei conclusi: se i casi conclusi e in entrata restano invariati rispetto all’anno prima, basta che i casi conclusi continuino a superare quelli in entrata per far sì che il DT cali. Alle stesse condizioni, una situazione opposta (i casi in entrata superano quelli conclusi) aumenta il DT.
[1] Il numero si riferisce alla riduzione del disposition time, descritto in seguito nel testo, per la totalità dei casi civili. Il dato riportato più frequentemente è però un altro, riferito al PNRR e calcolato su un sottoinsieme delle cause totali. Tale indicatore è disponibile dal 2019 al primo semestre del 2025: la riduzione è del 28%, mentre l’obiettivo del PNRR è un calo del 40% dal 2019 al 2026. Vedi la nostra precedente nota “Tempi, risorse e risultati della giustizia italiana”, 16 gennaio 2026.
[2] Si potrebbe obiettare che, una volta concluso il primo processo, il completamento del secondo richiederebbe meno tempo perché tutte le risorse del tribunale sarebbero a questo dedicate. L’ipotesi nel calcolo del DT è che nuovi processi continuino a fluire nel tempo in modo regolare.
[3] Per ridurre quest’informazione a un solo numero, la rappresentiamo tramite la durata media ponderata per il numero di processi. Un’alternativa è usare la percentuale di casi pendenti più vecchi di una certa soglia.
[4] In questi esempi, per semplicità, si ipotizza che i processi inizino sempre il primo gennaio e che siano conclusi la mattina del 31 dicembre. La durata di un processo che inizia il primo gennaio ed è chiusa il 31 dicembre dello stesso anno è considerata essere di un anno.
[5] In questo esempio, fra l’altro, il calo del DT riflette un aumento nel ritmo di smaltimento, ma tale calo può avvenire anche senza un aumento nel numero di casi risolti. Aiutiamoci anche qui con degli esempi. Partiamo dalla situazione del 2025, anno nel quale l’ufficio riceve in carico 3 nuovi processi e ne chiude 3, con un DT di 2. In quali modi potrebbe calare il DT nel 2026, oltre che nel caso di un aumento del numero dei casi chiusi?
- Minor afflusso: nel 2026 i giudici chiudono 3 casi, lo stesso numero del 2025. Non entrano nuovi casi, e a fine 2026 il magazzino scende a 3 processi (6 pendenti iniziali + 0 entrati – 3 chiusi). Il DT si dimezza da 2 anni a 1 (3 pendenti / 3 chiusi = 1), unicamente grazie ai mancati flussi in entrata.
- Persistente divario tra numero delle entrate e numero delle uscite: se il numero dei casi entranti e quello dei casi chiusi restano invariati, ma il primo è inferiore al secondo, il numero dei casi pendenti cala e il DT si riduce.
Quindi la variazione del DT è il risultato di varie forze (vedi l’Appendice per i dettagli).
[6] I dati provengono tutti dal Ministero della Giustizia. Il DT è stato calcolato tramite i dati sui flussi in entrata e in uscita e sul numero di pendenti, consultabili a questo link. Il DT da noi calcolato coincide con quello pubblicato direttamente dal Ministero, consultabile a questo link. I dati sulla durata media dei processi conclusi sono consultabili a questo link. I dati a livello nazionale della durata media dei casi pendenti sono stati ottenuti aggregando quelli dei singoli distretti, tramite media ponderata per il numero di casi di ciascun distretto. I file singoli per ogni anno e per ognuno dei 26 distretti sono scaricabili a questo link.
[7] La semplice somma dei tempi di primo e secondo grado ipotizza che i processi di primo grado che passano al secondo abbiano la stessa durata media del totale dei processi di primo grado, inclusi quelli che si fermano ad esso. Inoltre, sommare i tempi dei due gradi di giudizio ignora il tempo tra la conclusione del processo di primo grado e l’effettivo inizio del processo di secondo grado, che non è incluso in nessuna statistica.
[8] I processi di secondo grado sono più lunghi di quelli di primo grado. Il DT di secondo grado nel 2024 era di un anno e mezzo, a fronte di un anno nel primo grado. La durata media dei conclusi era di 2 anni nel secondo contro un anno e 2 mesi nel primo. La durata media dei pendenti è invece di un anno e 3 mesi sia nel secondo che nel primo grado.
[9] Le materie da noi considerate rilevanti sono: agraria, contenzioso di procedure concorsuali, contratti, diritti reali, diritto industriale, diritto societario e persone giuridiche, locazione e convalide di sfratto, responsabilità extracontrattuale, esecuzioni immobiliari, esecuzioni mobiliari, lavoro privato, lavoro e previdenza (accertamento tecnico preventivo e procedimenti speciali e opposizioni), procedimenti di ingiunzione, procedimenti speciali sommari, procedimento per convalida di sfratto, liquidazione giudiziale, procedure di ccs, altre procedure concorsuali, fallimenti, istanze di fallimento, volontaria giurisdizione in materia di diritto societario. Le materie escluse sono le rimanenti: atti amministrativi, giudice tutelare, altri istituti e leggi speciali, cause in materia minorile, diritto amministrativo, famiglia, separazioni e divorzi, stato della persona e diritti della personalità, successioni, assistenza e previdenza, lavoro per il pubblico impiego, equa riparazione, volontaria giurisdizione e affari camerali, volontaria giurisdizione in materia di famiglia, successioni, minorile.
[10] Nonostante la Cassazione pubblichi il disposition time, i dati non sono abbastanza granulari per distinguere le materie.
[11] Anche in questo caso la riduzione è maggiore per il secondo grado (24%) che per il primo (14%).