Repubblica

Una tassa improvvisata

11 agosto 2023

Una tassa improvvisata

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Tra le misure che hanno attirato maggiore attenzione nell’ultimo decreto legge pre-pausa estiva del governo Meloni (che si avvia a stabilire nuovi record in termini di ricorso alla decretazione d’urgenza) c’è la tassa sugli extraprofitti delle banche. Plaudono alla decisione Salvini e Conte, di nuovo insieme in un’eco del governo gialloverde che perì al Papeete quattro anni or sono. Che dire della nuova tassa, introdotta da un governo che certo non aveva nel suo programma elettorale nuove tasse per le imprese (e le banche, fino a prova contraria, sono imprese)?

L’imposta introdotta ha diversi elementi di criticità. Primo, se si intendeva introdurre una tassa sugli extraprofitti per trovare risorse per sostenere i redditi bassi, non si capisce perché restringerla solo alle banche. Se la logica era quella di avere una forma di “progressività” anche per la tassazione delle società, perché farlo solo per un settore? Ci sono extraprofitti solo per le banche? Secondo, la base imponibile dell’imposta è l’aumento dei profitti (più esattamente del “margine di esercizio”): se una banca, anche dopo l’aumento, ha profitti bassi viene tassata lo stesso a un’aliquota maggiorata. Fra l’altro i profitti delle banche sono certo aumentati, ma da una base piuttosto bassa dopo anni di tassi di interesse vicini allo zero o negativi. Terzo, si è definito extraprofitto ogni aumento superiore, nella sostanza, al tasso di inflazione, cosa del tutto arbitraria. Quarto, la capacità delle banche di espandere il credito dipende (per effetto della regolamentazione bancaria) dal capitale delle banche, che include i profitti non distribuiti: ricavare 2-3 miliardi (come sembrerebbe) dalla nuova imposta riduce quindi la capacità delle banche di fare prestiti a famiglie e imprese. Quinto, introdurre un’imposta di questo genere in un momento in cui l’economia non è in emergenza appare arbitrario.

Chi investe in Italia si domanderà in che altro modo il governo potrà sorprendere gli investitori: se lo ha fatto una volta, non potrebbe farlo ancora? C’è infine una considerazione più generale. Questo governo, o almeno buona parte di esso (ci metterei senz’altro Forza Italia), si è spesso presentato come ispirato da ideali liberali e di merito, in contrasto con una sinistra statalista e interventista. Non dovrebbe quindi favorire questo o quel settore, ma fissare regole uguali per tutti e lasciare operare poi le forze del merito (ossia della concorrenza). Niente di tutto questo. Il governo sembra avere settori amici e settori a cui guarda con sospetto. Tra i primi ci metterei per esempio le imprese balneari. I prezzi degli ombrelloni non sono certo stati fermi dal 2021, mentre i canoni pagati dai gestori sono rimasti al palo. Non ci saranno extraprofitti anche in questo settore? Ma, si sa, il governo ha un occhio di riguardo per i balneari. E anche per gli agricoltori, come è evidente dalla scelta del ministro Lollobrigida, un pezzo da novanta di FdI. E per i tassisti: la misura di liberalizzazione introdotta con lo stesso decreto è più contenuta di quanto sarebbe necessario (e previsto, per esempio, dal disegno di legge presentato dall’opposizione liberal democratica) e di quella che l’esecutivo aveva inizialmente considerato. Ma, purtroppo per loro, le banche non fanno parte degli amici del governo.

Attenzione: tutto questo ve lo dice uno che certo non è stato in passato tenero con le banche. Il dipartimento di finanza pubblica di cui ero a capo al FMI produsse, nel 2010, un rapporto che proponeva di aumentare le tasse sulle banche, non fosse altro perché i servizi di intermediazione bancaria (cioè prendere a prestito dai risparmiatori per prestare a chi vuole investire) non sono soggetti all’Imposta sul valore aggiunto, al contrario degli altri settori. Proponemmo una tassa sulla somma di profitti e retribuzioni (approssimativamente uguali al valore aggiunto) che avrebbe frenato la crescita a livello mondiale della finanza rispetto all’economia reale. Ma un conto è introdurre una misura strutturale, appropriatamente calibrata e con una chiara giustificazione, un altro è introdurre una misura mal disegnata, mal annunciata (basti pensare all’iniziale informazione, poi per fortuna smentita dal Mef, che la tassa avrebbe eroso fino a un quarto del capitale di una banca, uno sproposito), improvvisa (Giorgetti il 5 giugno aveva assicurato che non ci sarebbe stato un intervento di questo tipo) e, in conclusione, populista.

Leggi l’articolo completo qui.

Un articolo di

Carlo Cottarelli

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