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Servono lavoratori, non lavori: l’intelligenza artificiale arma anti-inverno demografico

08 aprile 2026

Servono lavoratori, non lavori: l’intelligenza artificiale arma anti-inverno demografico

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Immigrazione, manodopera femminile, invecchiamento attivo sono ricette giuste. Ma non bastano per far fronte al buco da 8 milioni della popolazione in età da lavoro. Fondamentale un aumento di produttività, grazie all’IA.

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L’opinione pubblica conosce l’“inverno demografico”, ma non ha ancora percepito quanto esso sia intenso e necessiti di contromisure. In Italia, negli ultimi quindici anni, la popolazione in età di lavoro è diminuita di quasi due milioni di unità. Gli anziani che hanno superato la soglia dei 65 anni non sono stati rimpiazzati dai giovani perché, ormai da molti anni, i nati ogni anno sono meno di 400mila (355mila nel 2025, fresco dato Istat), mentre negli anni Cinquanta e Sessanta, pur con una popolazione di molto inferiore, erano vicini al milione. Non stupisce che le imprese, specialmente al Nord, già oggi non trovino lavoratori. Per il futuro, si proietta una riduzione di ben 8 milioni della popolazione in età di lavoro da qui al 2050. Proseguendo a questo ritmo, a fine secolo si arriverebbe ad una popolazione lavorativa di soli 28 milioni, dai 37 attuali. Questa proiezione sconta un saldo migratorio superiore alle 200mila unità all’anno. Se, per ipotesi, come sta cercando di fare Trump negli Usa, si volesse azzerare questo flusso, alla fine del secolo la popolazione in età attiva scenderebbe sotto i 15 milioni.

Il problema non è solo italiano. L’Ue ha già perso ben 20 milioni di persone in età di lavoro dal picco del 2010 a oggi. Da qui a fine secolo perde quasi altri 70 milioni di persone nello scenario base dell’Eurostat. Da quasi 300 milioni di persone nel 2010, l’Unione si stringe e scende verso i 230milioni. Scenderebbe a 150 milioni, cioè si dimezzerebbe nello scenario di blocco delle immigrazioni nette. La riduzione della popolazione crea uno squilibrio fra popolazione che è in grado di produrre e pensionati. È questo che fa paura perché non è chiaro come faranno pochi attivi a mantenere tanti pensionati.

Quali sono i possibili rimedi? Si possono eliminare gli attuali disincentivi alla natalità, con una migliore conciliazione dei tempi di lavoro e di cura, sapendo però che anche in Paesi come la Francia e la Svezia che sono molto avanzati da questo punto di vista e spendono cifre che forse noi non ci possiamo permettere, i tassi di fertilità sono decrescenti e comunque notevolmente al di sotto di quel numero (2,1 figli per donna) che garantisce che la popolazione rimanga stabile. Un investimento sulla natalità avrebbe effetti incerti e comunque molto dilazionati nel tempo; secondo Eurostat, i primi effetti positivi li si potrebbero vedere solo dopo una cinquantina di anni. Si può cercare di aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro, un dovere in Italia, ma un obiettivo difficile nei tanti Paesi europei in cui ha già superato livelli del 70-80 per cento. Si può aumentare l’immigrazione che però, oltre certi limiti, incontra problemi evidenti di accettabilità sociale. Si possono mettere in atto azioni per l’invecchiamento attivo, il che richiede politiche pubbliche per individuare, assieme alle imprese, lavori che possono essere fatti dagli anziani, ad esempio, insegnare un mestiere ai nuovi assunti; non impossibile, ma certamente difficile.

Forse, le speranze più concrete possono essere riposte in aumenti della produttività legate ai tanti progressi in corso della tecnologia e soprattutto all’intelligenza artificiale (IA) e alle sue mille applicazioni che si cominciano a intravedere. Oggi la maggior parte delle persone e con esse buona parte della politica hanno un atteggiamento di scetticismo o paura. La paura è alimentata dalle tante analisi secondo le quali l’IA è un salto di paradigma molto più intenso di quelli che abbiamo visto negli ultimi decenni (computer, internet ecc.) e dunque può avere l’effetto di distruggere molti posti di lavoro.

Dal punto di vista dei grandi aggregati macroeconomici non vi è però motivo di temere per la perdita di posti di lavoro: nei prossimi anni e decenni, non vi sarà carenza di lavori, bensì di lavoratori. Le nostre società avanzate hanno un disperato bisogno di aumenti di produttività, proprio di quegli aumenti che prendono la forma di macchine che sostituiscono il lavoro degli uomini. O di macchine che aiutano una persona a svolgere il lavoro che prima veniva svolto da due o più persone. L’aumento della produttività avrebbe effetti benefici sul benessere delle persone e consentirebbe di guardare con maggiore tranquillità al tema della sostenibilità dei debiti pubblici e dei sistemi di welfare, a fronte del rapido invecchiamento della popolazione. È comunque evidente che, come tutte le innovazioni radicali, l’IA avrà l’effetto di cambiare la distribuzione del reddito, eliminare vecchie diseguaglianze, ma crearne di nuove. La paura, dunque, esiste e non può essere sottovalutata dalle politiche pubbliche, anche perché potrebbe avere l’effetto di accentuare le resistenze dei lavoratori e della politica rispetto alla creazione di un ecosistema favorevole all’innovazione. Forse la cosa migliore da fare con le politiche pubbliche è insegnare alle persone a fare un uso intelligente dell’IA.

Un articolo di

Giampaolo Galli

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