Qualche giorno fa il sito del Corriere della Sera ha pubblicato un articolo dal titolo “Milano, il piano di Atm per frenare la fuga di autisti: case a prezzi accessibili, stipendi più alti e nuovi turni”. L’articolo notava che con uno stipendio medio di 1.500 euro al mese una famiglia non riesce certo a campare a Milano, che in Atm (l’Azienda dei Trasporti Milanesi) c’erano 350 posti vacanti e che nella prima metà dell’anno 200 dipendenti si erano dimessi. L’articolo solleva un problema non nuovo per i dipendenti del settore pubblico. Ne aveva già parlato il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara in diverse occasioni, tra cui nel febbraio di quest’anno, quando aveva notato che “occorre trovare una soluzione per chi lavora in città con costo della vita più alto”. Anche il Ministro considerava come possibile soluzione la concessione di case ad affitti calmierati o altre soluzioni che, comunque, compensassero chi viveva in città con un costo della vita più alto.
Il problema sarebbe facilmente risolvibile con un’indennità salariale per chi deve affrontare un più alto costo della vita. Senonché una tale indennità comporterebbe una busta paga diversa a seconda della regione in cui si vive, ricordando le “gabbie salariali” abolite sul finire degli anni Sessanta, nome e pratica disdicevole perché comportava una retribuzione più bassa anche per chi, lavorando in una certa area, aveva comunque una produttività elevata. Ma il problema resta e l’attuale situazione, come mostra il caso Atm, non è sostenibile.
L’Istat ci aiuta a capire la questione. Il nostro istituto di statistica non pubblica un indice del costo della vita per una famiglia a reddito medio, ma mette sul proprio sito a disposizione degli utenti un “calcolatore” che produce, per diverse tipologie di famiglie, una “soglia di povertà” per le varie regioni e per tre classi dimensionali di città (area metropolitana, comune grande e comune piccolo). I dati sono chiari. Una famiglia di due adulti in età lavorativa e due bambini tra 4 e 10 anni che vive in area metropolitana della Lombardia (leggi comune di Milano) ha una soglia di povertà di 1920 euro al mese. Lo stesso tipo di famiglia che vive in un’area metropolitana Laziale (Roma) ha una soglia di povertà di 1.764 euro (l’8,1% più bassa). Se invece l’area metropolitana è in Campania (Napoli) la soglia di povertà è di 1.373 euro (il 28,5% più bassa). E se si tratta della Sicilia (Palermo) si scende a 1.334 euro (il 30,5% sotto il livello di Milano). Le differenze sono marcate anche per grandi e piccoli comuni, anche se non tanto forti. Per i grandi il divario tra, per esempio, Lombardia e Sicilia è del 23,8%. Per i piccoli del 21,7%.
Naturalmente il problema dell’inadeguato compenso per chi vive in aree a costo della vita più elevato può essere risolto concedendo aumenti salariali per tutti, indipendentemente dalla regione in cui uno vive, ma questa soluzione ha un costo molto maggiore per lo Stato e non risolve la questione della disparità di trattamento che ora esiste, per lo stesso lavoro pubblico, tra retribuzioni al netto del costo della vita in diverse regioni. Forse la strada indicata dal Comune di Milano o da Valditara (affitti a prezzi scontati) può essere utile (ma che fare se la famiglia vive nella propria casa?). In un modo o nell’altro la soluzione deve comunque essere trovata.