Repubblica

Pensioni, la via da cercare

22 ottobre 2021

Pensioni, la via da cercare

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Il governo intende rimpiazzare Quota 100 con Quota 102 e poi con Quota 104, dopodiché, presumibilmente si tornerebbe alla “legge Fornero” (anche se il termine è inappropriato perché la situazione pre-Quota 100 risultava da diverse riforme introdotte nel tempo). Questo graduale ritorno al passato è aspramente criticato da chi, dalla Lega ai sindacati, chiede un radicale cambiamento del regime pensionistico volto a evitare il sostanziale aumento dell’età di pensionamento rispetto ai livelli attuali. Io penso che quello che sta facendo il governo sia invece appropriato.

Chi vuole evitare un aumento dell’età di pensionamento lo fa sulla base di un argomento molto intuitivo: non è giusto che si obblighino le persone a lavorare oltre a una certa età. E’ qualcosa di innaturale. E ciò che è ingiusto e innaturale lo si decide in base all’età di pensionamento nel passato. Perché in passato si poteva andare in pensione a 60 anni e ora si deve andare in pensione a 67 anni? E. soprattutto, perché l’età di pensionamento deve essere indicizzata all’aspettativa di vita, sulla base di un certo algoritmo? Per cosa? Per “fare cassa”?

Purtroppo, per quanto intuitivo, questo modo di ragionare non tiene conto delle implicazioni per il futuro delle decisioni che si prendono oggi. Per capirlo occorre partire dalle previsioni di spesa pensionistica rispetto al PIL nei prossimi decenni. Queste previsioni sono dominate da due potentissime forze demografiche. La prima è positiva: si vive più a lungo (sperando che il Covid sia un raro evento e con l’importante precisazione menzionata alla fine di questo articolo). Il secondo è negativo: la natalità si riduce di anno in anno. Per effetto di queste forze, secondo l’ISTAT, il rapporto tra “anziani” (ultra sessantacinquenni) e “giovani” (dai 15 ai 65 anni) passerebbe dall’attuale 36 per cento al 58 per cento fra vent’anni, per poi crescere ulteriormente. Questo significa che, senza un aumento dell’età di pensionamento, i “giovani” dovrebbero rinunciare a quote crescenti del loro reddito per passarlo al crescente numero di “anziani”.

Questo ragionamento può sembrare semplicistico: anche in presenza delle citate forze demografiche, si potrebbe evitare un aumento dell’età di pensionamento se i “giovani” aumentassero la loro produttività (cioè il prodotto per lavoratore), se più persone in età lavorativa trovassero lavoro rispetto al presente o se aumentassero gli immigrati regolari. E poi si possono fare politiche per favorire la natalità e invertire la tendenza in corso nel rapporto tra giovani e anziani. Tutto giusto, salvo che le previsioni sull’andamento della spesa pensionistica e PIL già tengono conto di tutte queste belle cose.

Nello scenario di base della Ragioneria Generale dello Stato del luglio 2021 il tasso di crescita della produttività crescerebbe dallo 0,1 per cento l’anno degli ultimi vent’anni all’1,5 per cento nel 2045; il numero degli occupati rispetto alla popolazione in età lavorativa aumenterebbe di quasi 10 punti percentuali entro il 2040; 170.000 immigrati si stabilizzerebbero in Italia ogni anno nei prossimi vent’anni; il numero medio di figli per donna, ora intorno a 1,27 salirebbe a 1,51 entro il 2040, un livello che non si vede dalla fine degli anni ’70. Queste ottimistiche previsioni consentirebbero, nonostante l’invecchiamento della popolazione, di mantenere il rapporto tra spesa pensioni e Pil nel 2040 più o meno al livello attuale. Questo però solo se si torna alla situazione pre-Quota 100. Chi non vuole tornare a tale situazione, proponendo per esempio un blocco a 62 anni, dovrebbe spiegare cosa succederebbe alla spesa pensionistica fra venti o trent’anni. Naturalmente, si potrebbe andare in pensione prima accettando un taglio significativo delle pensioni. Ma già lo scenario di base della Ragioneria prevede comunque una riduzione di oltre 10 punti del rapporto tra pensione e ultima retribuzione. Andare oltre sembra difficile.

Non c’è nulla da fare dunque, se non tornare gradualmente alla situazione pre-quota 100? Non proprio. Ho detto che l’aspettativa di vita si è allungata, ma non si è allungata in modo equale per tutti. Un recente lavoro di Simone Ghislandi e Benedetta Scotti mostra che l’aspettativa di vita del 20 per cento più ricco degli uomini è di 3 anni maggiore di quella del 20 per cento più povero e che tale differenza sta aumentando (le differenze sono inferiori per le donne). Per questo avrebbe senso cercare strade di riforma che tengano conto di queste differenze nell’aspettative di vita. Avvantaggiare chi fa lavori gravosi, spesso meno remunerati, resta perciò la via da percorrere, certo preferibile rispetto a provvedimenti generalizzati.

Un articolo di

Carlo Cottarelli

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