InPiù

Non prendetevela con il fiscal drag

07 novembre 2025

Non prendetevela con il fiscal drag

Condividi su:

Il sindacato si batta per ottenere aumenti retributivi, ma non faccia un uso strumentale dei numeri per scaricare i problemi sulle esangui casse dello Stato.

* * *

In un precedente articolo su InPiù (22 ottobre) avevamo utilizzato i risultati di un importante studio di una trentina di economisti delle banche centrali, coordinati dalla BCE, per argomentare che i bassi salari italiani sono dovuti a molti motivi, ma non al fiscal drag. Con tutta evidenza, né noi né la BCE siamo risultati convincenti, dato che continua a girare la notizia che lavoratori dipendenti e pensionati hanno pagato 25 miliardi in più di tasse per via del fiscal drag e che quindi è giusto che questa somma venga loro restituita. Questa, come noto, è la rivendicazione della CGIL in sede di Legge di Bilancio. In una nuova nota dell’Osservatorio sui Conti Pubblici abbiamo mostrato i dati disaggregati (disponibili fino al 2023) per le 16 classi di reddito prodotte dal Dipartimento delle Finanze, da cui emerge che nel 2023 tutte le aliquote Irpef sui dipendenti sono state uguali o inferiori a quelle del 2019; nessuna aliquota è aumentata. E l’aliquota media dell’imposta netta è scesa leggermente dal 19,44% al 18,24%. Abbiamo inoltre mostrato che fra il 2023 e il 2024 l’aumento delle ritenute Irpef sui dipendenti (+5,08%) è coerente con la normale progressività dell’Irpef posto che l’inflazione è stata inferiore all’1%. Abbiamo altresì calcolato in circa 30 miliardi il totale delle manovre che dal 2019 a oggi hanno alleggerito gli oneri fiscali e contributivi per i lavoratori dipendenti.

Il fatto che le aliquote non siano aumentate nel periodo della massima inflazione (2022-2023) dovrebbe essere sufficiente per argomentare che il fiscal drag, se c’è stato, è stato interamente compensato dalle misure prese per ridurre il cosiddetto cuneo fiscale. Ciò perché, nell’accezione tradizionale, il fiscal drag si verifica quando il reddito di un contribuente aumenta e finisce per collocarsi in scaglioni di imposta più elevati, il che produce una maggiore aliquota media che non è giustificata quando, per via dell’inflazione, l’aumento è solo nominale e non reale. Questo argomento non convince chi, come gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo su Lavoce.info del 28 ottobre scorso, utilizza una definizione molto diversa del fiscal drag, che non ha nulla a che fare con l’aumento del reddito nominale e può verificarsi anche quando la retribuzione lorda non aumenta. In questa accezione il fiscal drag è la differenza fra il gettito effettivo dell’Irpef e il gettito che si registrerebbe se tutte le variabili fiscali (scaglioni, detrazioni, crediti d’imposta) fossero indicizzate all’inflazione. Nulla impedisce di usare questa definizione, a patto di fare attenzione al fatto che questa misura non è un maggior gettito per lo Stato, perché include anche entrate che, secondo questa teoria, avrebbero dovuto venir meno. Nei numeri, la differenza fra le due definizioni è notevole: con la definizione tradizionale, il fiscal drag su dipendenti e pensionati è di 12 miliardi, mentre sale a oltre 18 miliardi con la definizione alternativa (e a 25 se si considera l’intera platea dei contribuenti). E comunque anche con quest’ultima definizione, il fiscal drag è stato compensato dalle manovre di questi anni. Il sindacato si batta per ottenere aumenti retributivi, ma non faccia un uso strumentale dei numeri per scaricare tutti i problemi sulle esangui casse dello Stato.


Leggi l’articolo completo sul sito InPiù.

Un articolo di

Giampaolo Galli

Condividi su:

Newsletter

Vuoi essere aggiornato
sui temi più importanti
di economia e conti pubblici?