Le politiche demografiche costano molto e hanno effetti solo nel lunghissimo termine.
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Nelle sue ultime Considerazioni finali, Ignazio Visco ha preso di petto il tema del calo demografico che già adesso l’Italia sta affrontando, come e più di molti altri Paesi avanzati. E ha detto tre cose importanti e anche abbastanza coraggiose, dati i tempi. La prima è che il calo della popolazione in età lavorativa, anche nelle ipotesi più favorevoli, non potrà essere colmato da un pur necessaria maggiore partecipazione al lavoro di giovani e donne. La seconda è che occorre un aumento del saldo migratorio rispetto a quello prefigurato nello scenario dell’Istat (135.000 persone l’anno, più del doppio degli ultimi 10 anni). La terza è che “un recupero della natalità, dai livelli particolarmente bassi del 2021, per quanto auspicabile, rafforzerebbe l’offerta di lavoro solo nel lunghissimo periodo”. In altre parole, un aumento della natalità non è una variabile su cui si può contare per rendere più sostenibile il nostro welfare, se non su tempi lunghissimi. Nell’ultimo “Ageing Report” redatto dall’apposito gruppo di lavoro costituito su mandato dell’Ecofin, si calcola l’effetto sulla spesa “age related” di una variazione del 20 per cento della fertilità. Si noti che un aumento immediato e sostenuto nel tempo del 20 per cento è cambiamento notevole: significa che il tasso di fertilità dell’Italia passerebbe dall’attuale valore di 1,25 figli per donna a 1,5, che è il livello della media europea e poco sotto quello della Germania. Non solo: il rapporto ipotizza che nello scenario centrale il tasso di fertilità dell’Italia converga gradualmente a quello medio europeo collocandosi a 1,41 già nel 2040; ciò significa che un aumento del 20 per cento lo porterebbe al 1,7, all’incirca il livello attuale della Svezia e poco sotto quello della Francia.
Ebbene, con queste variazioni, la spesa “age related” non si ridurrebbe affatto, ma anzi aumenterebbe di qualche decimale di punto di Pil sino al 2040 perché aumenterebbero gli studenti e quindi le spese per l’istruzione. Solo dal 2050 si comincerebbero ad avere dei benefici quantificati in un modestissimo 0,2 per cento del Pil. E solo nel 2070 la spesa pubblica si ridurrebbe in misura sensibile (1,1 per cento del Pil). Questi numeri non tengono conto né delle spese che sono necessarie per aumentare la natalità (asili nido, scuole a tempo pieno, centri estivi, incentivi monetari ecc.) né del tempo richiesto per la realizzazione di alcune di quelle spese. Per avere un’idea delle spese che sono necessarie si consideri che, in base ai dati Eurostat, le spese pubbliche per la famiglia e i figli (un dato che non tiene conto di asili nido, scuole a tempo pieno, trasporti ecc.) sono l’1,2 per cento del Pil in Italia, il 2,5 per cento in Francia, il 2,9 per cento in Svezia e il 3,7 per cento in Germania. Ammesso che si trovino le risorse per fare queste spese, a voler essere generosi, ci vorrebbe almeno una decina d’anni per realizzare le opere necessarie e incidere davvero sulla natalità. Davvero tempi lunghi e – aggiungiamo noi – costi elevati. Rimane che uno Stato moderno dovrebbe aiutare le famiglie, in particolare quelle più bisognose, a conciliare meglio la vita lavorativa e quella famigliare al fine di renderle più libere nella scelta di fare figli.
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