La Stampa

E ora la manovra diventa un rebus

02 settembre 2023

E ora la manovra diventa un rebus

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I dati macroeconomici pubblicati nei giorni scorsi sollecitano una riflessione su quello che le politiche macroeconomiche dovrebbero fare nei prossimi mesi, in termini sia di gestione monetaria, di cui è responsabile la BCE, sia di gestione di bilancio, di cui è responsabile il governo italiano.

Cosa ci dicono i dati? È confermato che la nostra economia sta rallentando: inflazione più bassa, calo dell’occupazione (seppure da livelli record) e Pil in marcata discesa (-0,4 per cento nel secondo trimestre). Inoltre, i segnali per il terzo trimestre non sono buoni: è peggiorato in agosto anche il clima di fiducia, particolarmente per le imprese. Infine, preoccupa il quadro internazionale, in primis la Cina. Tutto sommato, le previsioni di crescita annuale contenute nel Documento di Economia e Finanza (Def) di aprile saranno certamente riviste nella Nota di Aggiornamento che il governo pubblicherà fra tre settimane. Difficile che quest’anno si possa superare lo 0,7-0,8 per cento (era previsto l’1 per cento). Ma la revisione dovrà essere molto più marcata per il 2024: il governo puntava all’1,5 per cento, ma a questo punto difficilmente si andrà molto oltre lo 0,5 per cento.

Come dovrebbero rispondere le politiche economiche a questi sviluppi? La BCE non guarda all’Italia, ma all’area dell’euro. Le minute della riunione del 26-27 luglio, da poco pubblicate, non si esprimevano sulla possibilità di un nuovo rialzo dei tassi di interesse a settembre: dipenderà dagli sviluppi economici. I dati sull’inflazione ad agosto non sono buoni come speravo ma confermano che la dinamica dei prezzi a livello mensile è più bassa che nei mesi passati. L’inflazione sta frenando. In questo contesto, eviterei un nuovo aumento dei tassi a settembre. Mi sembra il momento di una pausa. Questo non esclude la possibilità di aumenti successivi, ma meglio verificare come l’economia stia reagendo alla cura piuttosto che procedere immediatamente con una nuova dose di medicina.

Ma cosa dovrebbe fare il governo italiano? Il Def prevedeva un calo del deficit dal 4,5 per cento del Pil al 3,7 per cento, essenzialmente ottenuto grazie al mancato rinnovo delle misure contro il caro bollette, visto il declino dei prezzi dell’energia. L’obiettivo del 3,7 per cento dovrebbe essere confermato nonostante la minore crescita ora prevista? L’effetto cumulato del rallentamento economico sul livello del Pil nel 2024 potrebbe essere di almeno un punto percentuale. Meno Pil vuol dire meno entrate e un aumento automatico di certe spese (come i sussidi di disoccupazione). Questi effetti automatici aumenterebbero il deficit più o meno di mezzo punto percentuale. Lasciarli operare, quindi, comporterebbe aumentare l’obiettivo di deficit dal 3,7 per cento al 4,2 per cento. Volendo poi introdurre politiche esplicitamente espansive, il deficit dovrebbe crescere ulteriormente. Il governo potrebbe così utilizzare i recenti dati sul Pil per giustificare un aumento del deficit per il 2024, il che lascerebbe più spazio per realizzare le promesse fatte (taglio della pressione fiscale, superamento di Quota 100 ecc.).

Ci sono vari motivi però per restare vicini al 3,7 per cento, nonostante il rallentamento congiunturale. Primo, è troppo presto per concludere che l’Italia sia in recessione: il Pil nel secondo trimestre è sceso, ma la crescita nel primo trimestre era stata molto forte (0,6 per cento) per cui un calo era in parte prevedibile. Usare le poche munizioni disponibili a fronte di un semplice rallentamento dell’economia è prematuro. Secondo, il 3,7 per cento era un obiettivo poco ambizioso. Si dice: “era stato fissato da Draghi”. Ma, come ho ripetuto più volte, il 3,7 per cento di Draghi era stato fissato prima che l’Eurostat sposasse agli anni 2020-2022 il costo dei bonus edilizi. Dopo la riclassificazione, l’obiettivo di deficit per il 2023 coerente con quanto fissato da Draghi sarebbe stato non del 3,7 per cento ma del 2,9 per cento (l’Eurostat ha tolto circa 16 miliardi, ossia lo 0,8 per cento del Pil, dal 2023). Quando il Def ha confermato il 3,7 per cento, implicitamente stava fissando un obiettivo meno stretto di quello di Draghi, al di là delle apparenze. Terzo, il percorso di aggiustamento dei nostri conti dopo gli (inevitabili) aumenti del deficit nel biennio Covid (2020-2021) sta procedendo a rilento. Prima del Covid il nostro avanzo primario (cioè il bilancio pubblico al netto degli interessi, che il governo non controlla) era dell’1,8 per cento del Pil. La crisi Covid ha richiesto un grande indebolimento del bilancio primario. Ma ormai il livello del Pil è sopra a quello del 2019. Eppure l’avanzo primario fissato nel Def per il 2024 era solo dello 0,3 per cento, un punto e mezzo sotto quello pre-Covid. Insomma, quando piove si apre l’ombrello, ma noi abbiamo tenuto l’ombrello aperto anche quando il sole era tornato. Non sorprendentemente il nostro debito scenderà quest’anno solo perché l’inflazione sta erodendo il valore dei titoli di Stato in circolazione, una tassa occulta su chi ha comprato BTP. Forse per questo i mercati finanziari ci considerano ancora il Paese più a rischio nell’area dell’euro: il nostro spread è di quasi mezzo punto percentuale più alto di quello della Spagna. Mettiamoci infine che il prossimo anno le regole europee sui conti pubblici torneranno in vigore: seppure probabilmente riviste, il tetto del 3 per cento rimarrà, per cui scostarsi da un già alto 3,7 per cento appare difficile. In conclusione, fa bene Giorgetti a sottolineare che gli spazi sono molto ristretti. E con questi spazi ristretti la legge di bilancio per il 2024 sarà molto difficile da scrivere.

Leggi l’articolo completo qui.

Un articolo di

Carlo Cottarelli

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