IL CORRIERE DELLA SERA

Crollano le nascite nel 2025: che si fa?

22 agosto 2025

Crollano le nascite nel 2025: che si fa?

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Nei primi cinque mesi del 2025 le nascite in Italia sono crollate a 138mila, quasi l’8% in meno rispetto allo stesso periodo nel 2024, con una proiezione di soli 340mila nuovi nati a fine anno. Si tratta di un calo anomalo, che riflette sia la riduzione dei potenziali genitori sia un nuovo minimo del tasso di fecondità. Le misure adottate finora non hanno invertito la tendenza. Servono strategie di lungo periodo, da un lato per gestire in modo regolare e integrato l’immigrazione, dall’altro per sostenere stabilmente la natalità.

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Con l’attenzione dei media equamente divisa tra sviluppi internazionali (Ucraina, Gaza, dazi) e cronaca nera nazionale (lascio a voi la scelta, ma includerei senz’altro la nuova lettura delle tracce di DNA del “terzo uomo” del delitto di Garlasco), sono passati quasi inosservati i dati demografici pubblicati dall’Istat pochi giorni fa, in particolare quelli sulle nascite. Non è il solito calo, cui siamo abituati da tempo. Si tratta di un tracollo.

Nei primi cinque mesi del 2025 i nati sono stati solo 138mila, il 7,9% in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Mantenendo lo stesso ritmo per il resto dell’anno, e non si vede perché dovrebbero esserci cambiamenti, chiuderemmo il 2025 con 340.700 nati contro i 370.000 del 2024. Una riduzione di queste dimensioni non si era mai osservata da almeno due decenni.

Per mettere le cose in prospettiva, ricordo che negli anni ’60 del secolo scorso, i nati in Italia ogni anno erano ben sopra le 900mila unità. La discesa è iniziata negli anni ’70 a causa del calo del numero di figli per donna in età fertile (il cosiddetto tasso di fecondità), che è passato da 2,4 a 1,4 tra il 1969 e il 1985. Fino al 2008, però, il numero dei nati, pur molto più basso del passato, si era stabilizzato su livelli superiori al mezzo milione l’anno, risalendo anzi leggermente fino a un picco di quasi 577mila unità nel 2008. Poi la discesa è ripresa soprattutto per effetto dell’onda lunga demografica (se vent’anni fa c’erano meno nati, dopo vent’anni ci sono meno potenziali genitori). Così, dopo sedici anni di cali continui, siamo arrivati a soli 370mila nati. In questo periodo la media delle riduzioni annuali era stata del 2,7% (superando il 4% solo nel 2018 e nel 2019). Capite bene come il calo di quasi l’8% osservato finora nel 2025 sia del tutto anomalo. Esso riflette probabilmente non solo la già citata onda lunga nel numero dei potenziali genitori, ma anche una forte nuova riduzione del numero medio di figli per donna. Quest’ultimo, se non del tutto stabile, era sceso solo lentamente negli ultimi anni, arrivando a 1,18 l’anno scorso. Un calo più marcato, su minimi mai raggiunti, sembra ora probabile per quest’anno.

Tutto questo nonostante le misure per la natalità (assegni per i figli, congedi per i genitori, facilitazioni per gli asili nido), adottate prima dai governi di centro sinistra poi da quelli di centro destra.

Il calo demografico è ormai un fenomeno che riguarda tutti i Paesi del mondo e, visto quanto affollato sia diventato questo pianeta, ha anche aspetti positivi. Ma la velocità a cui si sta realizzando in Italia richiede un serio ripensamento in almeno due direzioni. Primo, è necessaria una strategia di lungo periodo per realizzare un programma di immigrazione regolare (e sottolineo regolare). Non si tratta solo di adeguare il numero dei permessi di lavoro ai nostri effettivi bisogni. Occorre anche chiarire come possiamo portare in Italia immigrati che abbiano la possibilità di integrarsi facilmente e rispondano alle richieste del nostro settore produttivo. Serve un approccio di lungo periodo, e non semplicemente decisioni sul numero di permessi nel successivo triennio, come avvenuto finora. Secondo, è anche necessaria una strategia per contrastare la denatalità. Decisioni prese all’ultimo momento in legge di bilancio sono troppo parziali e temporanee per portare a un cambio nei comportamenti dei potenziali genitori. In quest’ottica è stato un errore ridurre da 264.000 unità a sole 150.000 unità l’obiettivo di creazione di nuovi posti di asilo nido e scuole per l’infanzia incluso nel PNRR. Ma c’è sempre tempo per rimediare a errori passati.

Quanto puntare sulla prima direzione piuttosto che sulla seconda è una scelta politica. Personalmente penso che entrambe le cose siano necessarie. Ma, sia come sia, al momento non abbiamo una chiara strategia in nessuna delle due direzioni: conseguentemente tanto il problema dell’immigrazione quanto quello della natalità restano irrisolti.

Un articolo di

Carlo Cottarelli

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