Università Cattolica del Sacro Cuore

Effetti del reddito di cittadinanza sull'output gap

di Andrea Gorga

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In una bozza della relazione tecnica sul reddito di cittadinanza che è circolata negli scorsi giorni viene ipotizzato un artificio contabile per liberare spazio fiscale da utilizzare nei prossimi anni per politiche espansive. L’idea è che il reddito di cittadinanza induca le persone a iscriversi ai centri per l’impiego e, per questa via, aumenti il numero di persone che cercano attivamente lavoro (tasso di partecipazione) e quindi il Pil potenziale. Questa ultima variabile rappresenta il prodotto teorico del Paese nel caso in cui tutti i fattori della produzione fossero utilizzati al meglio. Si tratta di un concetto importante perché dalla sua misurazione dipende l’ammontare di aggiustamento ciclico del deficit consentito dalle regole europee. Quanto più un’economia è distante dal suo Pil potenziale tanto più ha bisogno di stimoli fiscali per avvicinarsi all’equilibrio. La variabile che quindi determina il massimo deficit consentito dalle regole europee è la differenza percentuale tra il Pil effettivo e il Pil potenziale, cioè l’output gap. La misurazione del Pil potenziale è molto complessa in quanto per definizione non è una variabile osservabile, ma, avendo un impatto tangibile sull’economia dei Paesi UE, è anche oggetto di ampio dibattito accademico e nelle istituzioni comunitarie. In termini generali il Pil potenziale dipende dalla capacità totale del fattore lavoro, dal capitale e dalla produttività dei due fattori, cioè l’efficienza con il quale lavoro e capitale vengono utilizzati.

La variabile di nostro interesse in quanto influenzata dal reddito di cittadinanza è il lavoro potenziale che è calcolata come segue[1]:

Dove:

PARTS = tasso di partecipazione alla forza lavoro (occupati più disoccupati/popolazione in età lavorativa)

POPW = popolazione in età lavorativa,

HOURST = numero medio di ore lavorate per lavoratore,

NAWRU = tasso di disoccupazione strutturale

Moltiplicando la popolazione in età lavorativa per il tasso di partecipazione e il numero medio di ore lavorate per lavoratore otteniamo il totale del monte ore che potrebbe essere teoricamente dedicato al lavoro. Questo valore è moltiplicato per il complemento a uno del tasso di disoccupazione strutturale (Non Accelerating Wage Rate of Unemployment), definito come il tasso di disoccupazione che non esercita pressioni al rialzo sui salari. Quest’ultimo valore dipende dalle caratteristiche strutturali del Paese e del mercato del lavoro ed influisce negativamente sul lavoro potenziale. Ciò avviene perché se il tasso di disoccupazione scende al di sotto del NAWRU, verosimilmente vi saranno tensioni inflazionistiche derivanti da un surriscaldamento dell’economia.

La nostra economia sarebbe in grado di produrre di più se più persone fossero attive nel mercato del lavoro, quindi il lavoro potenziale aumenta all’aumentare del tasso di partecipazione. Questo è l’ipotesi del governo che però non tiene conto di alcuni fattori decisivi.

La misurazione della disoccupazione

Il primo fattore è che la misurazione statistica della disoccupazione in Italia è effettuata dall’ISTAT sulla base della rilevazione delle forze di lavoro e non è legata direttamente al numero di iscritti ai centri per l’impiego. La semplice iscrizione ai centri per l’impiego è considerata una delle possibili azioni di ricerca di lavoro, ma non è tale da determinare un aumento del tasso di partecipazione e quindi della disoccupazione. La definizione di disoccupazione dell’ISTAT prevede che vengano effettuate azione attive di ricerca di lavoro in maniera continuativa, almeno una ogni 4 settimane.[2] Se invece l’individuo è scoraggiato e, quindi, inattivo, a maggior ragione potrebbe esserlo a seguito di un corrispettivo economico, come il reddito di cittadinanza. Ciò lo indurrebbe a non continuare a ricercare attivamente lavoro, o a farlo in maniera poco incisiva al solo scopo di continuare a ricevere il beneficio economico[3]. Quindi non è affatto detto che l’aumento degli iscritti ai centri per l’impiego, in conseguenza dell’introduzione del reddito di cittadinanza, determini un aumento anche dei lavoratori in cerca di occupazione secondo la definizione dell’Istat; potrebbe anzi succedere il contrario.

Guardando ai numeri, il governo stima un aumento della partecipazione al mercato del lavoro per un milione di individui, rispetto al totale di circa 4 milioni di beneficiari del reddito di cittadinanza. Quest’ultima cifra contiene però una gran parte di individui che non sono in età da lavoro (beneficiari della pensione di cittadinanza e minori di 15 anni), studenti, persone inabili al lavoro e persone che potranno aderire al patto per l’inclusione in quanto soggetti in condizioni di disagio sociale. Tutte queste persone non si iscriveranno ai centri per l’impiego e solo pochi di quelli che lo faranno saranno poi effettivamente considerati disoccupati dalle rilevazioni ISTAT. La conclusione è che appare improbabile che il Reddito di Cittadinanza faccia aumentare il numero di persone in cerca di lavoro ed è comunque certo che l’impatto calcolato dal governo è sovrastimato.

L’impatto sulla disoccupazione strutturale

L’altro fattore che la relazione tecnica sembra ignorare è l’effetto che il Reddito di Cittadinanza potrebbe avere sul tasso di disoccupazione strutturale (NAWRU). Quest’ultima variabile è la componente della disoccupazione che persiste anche quando l’economia sta operando a regime, cioè quando il Pil effettivo è pari al Pil potenziale. Il NAWRU non riflette l’alternarsi di fasi espansive e fasi recessive, ma è influenzato solo da componenti strutturali e dall’efficienza del mercato del lavoro. Solo le politiche che modificano permanentemente la capacità del sistema economico di assorbire la disoccupazione strutturale hanno un impatto su questa variabile. Il punto chiave è che l’ammontare relativamente alto (anche rispetto agli altri Paesi europei) del Reddito di Cittadinanza potrebbe invogliare gli inattivi a non cercare lavori a basso salario. Nel gergo economico si dice che aumenta il salario di riserva, ossia il salario minimo che un individuo richiede per dedicare il proprio tempo al lavoro. Un lavoratore che ha la possibilità di ricevere un corrispettivo economico per un certo periodo di tempo senza lavorare è relativamente meno incentivato ad accettare salari più bassi.[4] L’aumento del salario di riserva ha poi un impatto positivo sulla disoccupazione strutturale perché, a parità di altre condizioni, un numero maggiore di lavoratori non riuscirà a trovare un’occupazione al salario richiesto. Si tenga conto che in Italia il tasso di occupazione femminile è solo del 49 per cento, il che riflette in parte la difficoltà di trovare un lavoro e in parte una scelta a favore del lavoro domestico, a fronte di lavori che offrono compensi non giudicati idonei. Riassumendo: un aumento del salario di riserva aumenta la disoccupazione strutturale (NAWRU) e un aumento della disoccupazione strutturale riduce il Pil potenziale, come mostra la formula precedente. Non è quindi per nulla certo che l’output gap aumenterebbe.

L’output gap e i mercati finanziari

Naturalmente, ciò di cui si discute qui è se un artificio contabile possa consentire di fare più deficit. Quand’anche, per assurdo, questo artificio potesse convincere gli uffici tecnici della Commissione Europea, esso non potrebbe certo convincere i mercati finanziari. Le risorse che il governo spera di “sbloccare” sono circa 12 miliardi, una cifra ingente di maggior deficit che non lascerebbe certo indifferenti i mercati finanziari. Sarebbe come dire che il nostro obiettivo di deficit è aumentato, nel 2019, dal 2% al 2,7% del Pil.

In definitiva, è altamente probabile che certi artifici contabili non abbiano gli effetti sperati e che il governo dovrà trovare altrove le risorse per coprire le clausole IVA per il 2020 e il finanziamento a regime delle misure appena approvate. Auspichiamo comunque che queste risorse possano essere reperite attraverso un’attenta gestione dei conti pubblici, piuttosto che attraverso misure volte all’aggiramento dei vincoli europei che nulla hanno a che vedere con la capacità produttiva del Paese e con la credibilità dell’Italia sui mercati internazionali.


[1] Per il calcolo del Pil potenziale e del saldo di bilancio corretto per il ciclo, si veda: Dipartimento del Tesoro, MEF, Aprile 2013.

[2] Garnero, Andrea. Ma Il Reddito Di Cittadinanza Non Si Finanzia Da Solo. LaVoce.info, 17 luglio 2018.

[3] Se questo poi dovesse seriamente implicare la perdita del beneficio dipenderà dalle effettive modalità di applicazione del reddito di cittadinanza.

[4] Nell’economia sommersa invece il reddito di cittadinanza potrebbe portare ad una diminuzione del salario di riserva grazie alla potenziale doppia retribuzione (reddito da lavoro e reddito di cittadinanza)