Il governo Meloni fa eccezione sulla pressione fiscale
L’aumento della pressione fiscale nel 2024, il secondo anno del governo Meloni, è effettivamente anomalo: tutti i precedenti aumenti erano stati realizzati da governi di centro-sinistra o tecnici.
Uno degli stereotipi più frequenti in campo economico è che i governi di destra taglino le tasse e quelli di sinistra le aumentino. Il governo Meloni però sembra avere avuto un comportamento anomalo: la pressione fiscale è aumentata in Italia da quando Meloni è a Palazzo Chigi. Per capire quanto questo comportamento sia anomalo andiamo a vedere cosa è successo alla pressione fiscale negli ultimi trent’anni (il dettaglio di questo racconto lo trovate in una nota di Enrico Franzetti e Gilberto Turati pubblicata sul nostro sito a questo link).
A metà degli anni ’90 la pressione fiscale (imposte e contributi sociali in percentuale del Pil) era del 40%. Come parte dello sforzo per entrare nell’euro, il governo Prodi I, la aumentò: si arrivò, temporaneamente a oltre il 42%, grazie anche a un’imposta una tantum (la “tassa per l’Europa”) volta a passare le forche caudine di Maastricht. Con i successivi governi di centro-sinistra (D’Alema e Amato II), si torna al 40%, livello che viene lasciato in eredità a Berlusconi dopo le elezioni vinte dal centro-destra nella primavera del 2001 (sui manifesti troneggiava una promessa: “meno tasse per tutti”). La promessa viene mantenuta, anche se la riduzione è limitata: nel 2005 si scende al 38,9%. In quella legislatura, la riduzione delle tasse è frenata dall’aumento della spesa pubblica primaria (cioè al netto degli interessi), che, fra l’altro, si mangia il “tesoretto” (un ampio avanzo primario), che era pure stato lasciato in eredità a Berlusconi. Per correggere questo deterioramento nei conti pubblici, con il Prodi II, la pressione fiscale torna a salire, portandosi al 41%-41,5% tra il 2008 e il 2011.
Arriva la crisi finanziaria del 2012. Con il governo Monti, nella necessità di trovare risorse per evitare finanziamenti a tassi di interesse elevatissimi, la pressione fiscale sale a oltre il 43%. Da lì in poi le cose non cambiano moltissimo. Renzi riduce la pressione al 41,5%; si risale sopra il 42% col Conte I (governo populista) e Conte II (centro sinistra). Si scende con governo Draghi al 41,7% e col primo anno del governo Meloni al 41,4%. Poi la sorpresa: nel 2023 e 2024 la pressione torna a salire al 42,6-42,7%, tra i valori più alti degli ultimi trent’anni.
Che conclusioni si traggono da tutto questo? Due in particolare. Primo, l’aumento della pressione fiscale nel 2024, il secondo anno del governo Meloni, è effettivamente anomala: tutti i precedenti aumenti erano stati realizzati da governi di centro-sinistra o tecnici. Fra l’altro, nelle previsioni del recente Documento di Finanza Pubblica del governo, la pressione fiscale non è prevista scendere nei prossimi anni. Secondo, e questo è forse il fatto più rilevante, le oscillazioni della pressione fiscale sono state relativamente limitate nel corso dell’ultimo quarto di secolo. Certo, in media nella seconda parte del periodo (dal 2012 in poi), la pressione è stata più alta di quella della prima parte (dal 1995 al 2011): 42,4% contro 40,5%. Ma non si tratta certo di un cambiamento che si possa considerare come trasformativo della forma del nostro stato, anche se ci siamo avvicinati ai Paesi dove la pressione fiscale è più elevata (la Francia, vicina al 46%, sta sopra tutti) e allontanati da quelli dove è più bassa (oltre a quelli dell’Est Europa, va segnalata la Spagna, sotto il 37%).