Università Cattolica del Sacro Cuore

I trasferimenti finanziari tra Italia e UE: chi dice la verità tra Juncker, Salvini e Di Maio?

di Edoardo Frattola

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Nei mesi passati, politici italiani e rappresentanti della Commissione Europea hanno fornito ai media dati diversi sull’entità dei trasferimenti finanziari tra l’Italia e l’UE. Per esempio:

  • Durante la campagna elettorale del 2018, Luigi Di Maio ha affermato che ogni anno l’Italia versa all’UE 20 miliardi di euro ricevendone in cambio soltanto 12, una dichiarazione già fatta in altre occasioni anche da Matteo Renzi e Matteo Salvini.[1]
  • Dopo le elezioni, Salvini ha parzialmente corretto queste cifre, sostenendo che il nostro paese ha un contributo netto nei confronti del bilancio europeo pari a 6 miliardi annui.[2]
  • Di recente, il Presidente della Commissione Europea Juncker ha dichiarato che l’UE ha trasferito 1 miliardo all’Italia per l’emergenza migranti e ha fornito al nostro paese un sostegno complessivo pari a 130 miliardi.[3]

La realtà è che i trasferimenti netti all’Unione Europea tra il 2014 (anno d’inizio dell’attuale settennato di bilancio) e il 2017 sono stati in media di 4,5 miliardi l’anno, una cifra che potrebbe caratterizzare anche i prossimi anni se – come del resto è sempre accaduto – l’Italia riuscirà a spendere per tempo tutti i fondi strutturali messi a disposizione dal bilancio dell’UE. Valutando il contributo netto medio in rapporto al Pil, l’Italia si colloca all'ottavo posto (0,27 per cento) essendo superata, nell’ordine, da Olanda, Germania, Svezia, Regno Unito, Danimarca, Francia e Austria. Il versamento netto della Germania (0,51 per cento del Pil) è stato quasi il doppio di quello italiano.

Qual è il contributo lordo dell’Italia al bilancio dell’UE?

Torneremo poi sui dati medi del periodo, ma concentriamoci per ora sul 2017, l’ultimo anno per cui esistono dati definitivi, e scendiamo a un maggior grado di dettaglio. Nel 2017 il trasferimento lordo dell’Italia è stato di 13,8 miliardi, pari allo 0,8 per cento del Pil. Perché questa cifra? Ogni anno il bilancio UE prevede un importo di spesa a cui deve corrispondere un pari ammontare di entrate (il bilancio europeo non può essere in deficit). Le principali fonti di entrata sono tre: il gettito IVA, i dazi doganali sui beni extra-UE e i contributi dei singoli paesi, che sono proporzionali al reddito nazionale lordo (RNL).[4],[5] Il contributo di ogni paese dipende quindi dal totale dei contributi necessari per far quadrare il bilancio UE e dalla quota di ogni paese sul RNL dell’Unione. Nel 2017, la quota di spese non coperta da IVA e dazi era pari allo 0,5 per cento del RNL dell’UE, per cui ogni Stato Membro ha versato un contributo pari allo 0,5 per cento del proprio RNL (8,8 miliardi nel caso dell’Italia).[6] Aggiungendo a questi 8,8 miliardi la parte del gettito IVA trasferita all’UE (2,1 miliardi), i dazi doganali per i beni extra-UE entrati in Italia (1,8 miliardi) e altre voci minori (1,1 miliardi), si ottiene il contributo totale versato dall’Italia nel 2017 (13,8 miliardi, come già indicato). In termini assoluti l’Italia si colloca al terzo posto per entità contributiva dopo Germania (23,7 miliardi) e Francia (17,9 miliardi), ma, rapportando questa cifra alla dimensione del Pil, l’Italia scende al dodicesimo posto, con un esborso pari allo 0,8 per cento del Pil.

Il contributo medio annuo tra il 2014 e il 2017 è stato invece di 15,6 miliardi, in linea con quanto versato in media durante il precedente Quadro Finanziario Pluriennale 2007-2013 (Figura 1).

Quanto riceviamo dall’UE?

Le risorse trasferite all’Italia nel 2017 sono state pari a 9,8 miliardi (0,57 per cento del Pil). In questo caso, a precederci in termini assoluti oltre a Francia (13,5 miliardi) e Germania (10,9 miliardi) c’è anche la Polonia (11,9 miliardi). Guardando alla media del periodo 2014-2017, i trasferimenti risultano leggermente più alti, pari a 11,1 miliardi annui (Figura 1). La cifra citata da Juncker in una recente intervista (130 miliardi) si riferisce quindi con ogni probabilità alla somma dei trasferimenti avvenuti nel corso di diversi anni, ma una tale metrica è poco utile dal momento che il risultato può variare a piacere a seconda dell’intervallo di tempo considerato.

Al netto di 300 milioni di spese amministrative e 1,2 miliardi di contributi per catastrofi naturali, i restanti 8,3 miliardi ricevuti nel 2017 erano ripartiti in quattro capitoli di spesa (Figura 2):

Agricoltura: 4,9 miliardi, di cui 4,1 miliardi per pagamenti diretti agli agricoltori (tramite il Fondo Europeo Agricolo di Garanzia) e 800 milioni di cofinanziamento di programmi nazionali o regionali di sviluppo rurale sostenibile (tramite il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale).
Coesione territoriale: 1,6 miliardi, attraverso il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e il Fondo Sociale Europeo, per il cofinanziamento di investimenti a favore di crescita e occupazione: 960 milioni hanno riguardato progetti nelle regioni “meno sviluppate”, 60 milioni nelle regioni “in transizione” e 530 milioni nelle regioni “più sviluppate”.[7]
Competitività: 1,5 miliardi, di cui 800 milioni per il programma europeo per la ricerca scientifica e l’innovazione Horizon 2020, 200 milioni per il programma Erasmus+, oltre 300 milioni per progetti infrastrutturali comunitari (Sistema europeo di navigazione satellitare - Galileo, Reattore termonucleare sperimentale internazionale, Programma europeo di osservazione terrestre - Copernicus) e 100 milioni per il programma Connecting Europe (trasporti).
Sicurezza e cittadinanza: 0,3 miliardi, di cui 90 milioni per il Fondo per Asilo, Migrazione e Integrazione, volto a promuovere una gestione efficiente dei flussi migratori, e 80 milioni per attività di lotta alla criminalità e al terrorismo comprese nel Fondo per la Sicurezza Interna. Le cifre in questione sono quindi di gran lunga inferiori rispetto al miliardo citato da Juncker.[8] I restanti 130 milioni sono ripartiti tra spese per le agenzie decentrate (l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare con sede a Parma e la Fondazione Europea per la Formazione Professionale con sede a Torino, 90 milioni) e voci minori.

Quanto contribuiamo quindi in termini netti?

Facendo la differenza tra quanto versato e quanto ricevuto, nel 2017 il versamento netto è stato vicino ai 4 miliardi (0,23 per cento del Pil). In termini assoluti siamo stati il quarto contributore netto dopo Germania (12,8 miliardi), Regno Unito (7,4 miliardi) e Francia (4,4 miliardi), mentre scendiamo al settimo posto se rapportiamo il versamento netto alla dimensione del Pil.

Il contributo netto medio annuo del periodo 2014-2017 è stato di 4,5 miliardi, leggermente più alto del valore del 2017, ma comunque più basso rispetto a quanto affermato da Di Maio e Salvini. In rapporto al Pil (0,27 per cento) siamo al settimo posto in Europa dopo Olanda (0,65 per cento), Germania (0,51 per cento), Svezia, Regno Unito, Danimarca, Francia e Austria.

In che modo il totale delle risorse ricevute è influenzato dall’utilizzo dei fondi strutturali?

Chiariamo un punto relativo ai dati precedenti. I dati sopra commentati si riferiscono alle risorse effettivamente versate all’Italia, non a quelle stanziate. Queste ultime possono eccedere le prime se un paese non riesce a utilizzare a pieno i fondi stanziati, in particolare i Fondi Strutturali e di Investimento Europei (Fondi SIE).[9] Più precisamente, ci sono tre fasi nella spesa dei fondi strutturali: lo stanziamento, l’allocazione a specifici progetti, e l’effettivo trasferimento. La possibile perdita di accesso ai fondi stanziati è basata sulla cosiddetta “regola del disimpegno automatico”. La regola prevede che le risorse allocate in un certo anno debbano essere spese entro la fine del terzo anno successivo all’impegno; in caso contrario, le risorse non spese vengono tolte dalla disponibilità del paese. Nell’attuale Quadro Finanziario Pluriennale (QFP 2014-2020), l’Italia ha quindi tempo fino al 31 dicembre 2020 per allocare tutti i fondi non ancora impegnati, e fino al 31 dicembre 2023 per spenderli.

È opinione diffusa che l’Italia sia stata spesso incapace di spendere l’intero ammontare dei fondi stanziati, ricevendo quindi meno risorse di quanto sarebbe stato possibile. È davvero così? All’interno del QFP 2014-2020, l’Italia ha per ora utilizzato solo il 22 per cento dei 73 miliardi stanziati.[10] In altre parole, quando abbiamo superato abbondantemente la metà del periodo 2014-2020, più di tre quarti del totale devono ancora essere spesi. Rispetto agli altri paesi, siamo al 26esimo posto per quota di fondi spesi (solo Croazia e Spagna fanno peggio, Figura 3).

A parziale discolpa dell’Italia, va detto che la mole di fondi strutturali assegnataci dal bilancio UE è tra le più ingenti: solo la Polonia (105 miliardi) deve allocare una somma maggiore della nostra. Ciò detto, la capacità dell’Italia nella spesa dei fondi sembra ostacolata da alcune difficoltà: la lentezza da parte della pubblica amministrazione nella pubblicazione dei bandi per presentare i progetti, la complessità di alcune regole burocratiche nostrane (per esempio in materia di appalti pubblici), la mancanza di competenze di euro-progettazione all’interno del personale di alcune regioni, l’assenza di liquidità degli enti locali che dovrebbero cofinanziare gli interventi.

In realtà, nel precedente ciclo di programmazione 2007-2013, l’Italia era riuscita ad accelerare la spesa dopo ritardi iniziali analoghi a quelli attuali, finendo per “sprecare” solo 200 milioni su un totale di fondi strutturali pari a circa 28 miliardi.[11] Si può quindi sperare in un risultato simile, ma occorre un cambio di passo.

Un’ultima precisazione: il fatto che, nel periodo 2014-17, non abbiamo speso una quota pro-rata dei fondi strutturali stanziati potrebbe far pensare che, se ora accelerassimo l’uso dei fondi stanziati, le erogazioni UE potrebbero aumentare e il contributo netto potrebbe ridursi rispetto ai 4,5 miliardi sopra citati. In realtà non è così perché quei 4,5 miliardi comprendono anche l’erogazione di fondi stanziati nel settennio precedente. Se quindi riusciremo a utilizzare tutti i fondi stanziati, mantenendo lo stesso ritardo avuto nel settennio precedente tra allocazioni e uso dei fondi, il contributo netto medio per il periodo 2018-20 (e quindi la media per il settennio) dovrebbe mantenersi attorno ai 4,5 miliardi.


[1] Per la dichiarazione del ministro Di Maio si veda l’intervista a L’Aria che tira del 18 dicembre 2017 (https://www.facebook.com/LuigiDiMaio/videos/1554213774615163/).

[2] Si veda l’incontro del ministro Salvini con la stampa estera del 14 marzo 2018 (https://www.facebook.com/salviniofficial/videos/10155621458803155/).

[3] Si vedano l’intervista a Che Tempo Che Fa del 31 marzo 2019 (https://www.raiplay.it/video/2019/04/Che-tempo-che-fa-Jean-Claude-Juncker-e83fba01-d3d6-4e4f-a92c-ecccdf80f296.html) e quella al network radiofonico Euranet Plus del 3 aprile 2019 (https://euranetplus-inside.eu/juncker-member-states-should-comply-with-legal-standards/).

[4] Il gettito Iva è dato da un’aliquota dello 0,3 per cento applicata alla base imponibile di ciascuno Stato Membro, armonizzata a livello comunitario. I dazi sono invece calcolati previa deduzione forfettaria del 20 per cento a titolo di rimborso delle spese di riscossione sostenute dalle amministrazioni doganali nazionali.

[5] Queste tre voci generano il grosso delle entrate del bilancio comunitario. Considerando i dati di tutti gli Stati Membri, il 57 per cento delle entrate del bilancio europeo per il 2017 è derivato dalla contribuzione proporzionale al RNL, il 12 per cento dal gettito IVA e il 15 per cento dai dazi doganali, mentre il restante 16 per cento proveniva dal surplus dell’anno precedente e da altre entrate minori.

[6] In teoria, la percentuale di RNL versata al bilancio UE dovrebbe essere la stessa per ogni stato. Ma dato che l’ammontare dei versamenti richiesti è calcolato sulla base di una stima del RNL dell’esercizio successivo, i versamenti effettivi in percentuale di RNL possono essere leggermente diversi.

[7] Nel caso dell’Italia, le “regioni meno sviluppate” (cioè con Pil pro capite inferiore al 75 per cento della media dell'UE) comprendono Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia, le “regioni in transizione” (Pil pro capite compreso tra il 75 e il 90 per cento della media UE) comprendono Abruzzo, Molise e Sardegna, mentre tutte le restanti regioni appartengono alla categoria delle “regioni più sviluppate”.

[8] È possibile che la cifra di 1 miliardo si riferisca allo stanziamento totale nel Quadro Finanziario Pluriennale 2014-2020 (724 milioni, più 226 di risorse extra per “emergency assistance”), ma anche in questo caso l’uso di una metrica pluriennale senza una indicazione temporale specifica è fuorviante.

[9] I Fondi SIE che interessano il nostro paese sono: il Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale (FEASR), il Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (FEAMP), il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e il Fondo Sociale Europeo (FSE). Un quinto fondo strutturale, il Fondo di Coesione, è destinato solo ai paesi più poveri dell’Unione.

[10] Lo stanziamento totale di 73 miliardi è dato dalla somma delle risorse messe a disposizione dall’UE (43 miliardi) e del contributo aggiunto dallo Stato italiano (30 miliardi). Per i dettagli, si veda il link: https://cohesiondata.ec.europa.eu

[11] Corte dei Conti, Relazione annuale 2017 – I rapporti finanziari con l'Unione europea e l'utilizzazione dei Fondi comunitari.

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