Un Trump per nemico fa paura, ma rispondere per le rime può risvegliare gli USA per bene
Arrivare ai ferri corti con il Presidente può generar gravi ritorsioni, dai dazi in giù. Per rivolgersi a quegli americani che non lo tollerano più non bisogna inseguirlo sul suo terreno, ma adottare una postura seria e mai succube.
Quale postura devono tenere la UE e i Paesi membri nei confronti del Presidente degli Stati Uniti? Devono apparecchiargli un pranzo da Re Sole al Palazzo di Versailles, come ha fatto Macron, oppure rispondergli per le rime come ha fatto il premier candese Mark Carney, e, da ultimo, anche Giorgia Meloni? Per rispondere a questa domanda ci vorrebbe uno psicologo più che un economista come il sottoscritto. Da economista mi sento di dire che dobbiamo stare molto attenti alla potenza economica degli Stati Uniti. Da discreto conoscitore degli Stati Uniti, mi sento di dire che ogni tanto una reazione forte può essere utile per far capire la realtà all’opinione pubblica americana.
Se vogliono, gli Stati Uniti ci possono fare davvero molto male. Possono fare ciò che Trump minaccia continuamente e cioè ritirarsi dalla Nato, il che ci obbligherebbe ad aumentare molto rapidamente le spese militari, a scapito di pezzi di quel welfare state di cui andiamo molto orgogliosi, ma che è anche molto costoso. In un certo senso, gli Stati Uniti sono già usciti dalla Nato, perché le affermazioni di Trump, di disprezzo assoluto nei confronti della Nato, e la sua ostentata amicizia con Putin hanno già molto ridotto la capacità di deterrenza della presenza americana sul suolo europeo.
Ma ci sono mille altri strumenti che un Trump furioso può usare contro di noi ed è certo che qualcuno nell’amministrazione sta ragionando su come accontentare Trump e farci molto male. Anzitutto i dazi. La Corte Suprema ha bocciato quell’assurdità logica, economica e politica che erano i cosiddetti dazi bilaterali. Ma nulla impedisce a Trump di usare i suoi poteri emergenziali per mettere un dazio proibitivo, ad esempio, su quelle macchine utensili o quei prodotti alimentari che sono la punta di diamante del made in Italy. Questo per noi significherebbe guai serissimi. Ci potrebbe poi tagliar fuori o rendere costoso l’accesso alle tante reti americane che noi usiamo tutti i giorni: Starlink, come a certo punto Musk aveva minacciato di fare in Ucraina, carte di credito (tutte made in USA), sistema bancario, sistemi di pagamenti; tutti questi sistemi sono già stati ampiamente sperimentati nei confronti di una ventina di Paesi che sono oggetto delle sanzioni, ad esempio Iran, Corea del Nord, Russia e Cuba. È difficile immaginare che si possa arrivare a tanto nei confronti di Paesi europei, anche perché misure troppo drastiche farebbero danni anche alle imprese americane, ma non bisogna sottovalutare l’astio e il rancore che albergano ai vertici dell’ammirazione americana; non si capirebbe altrimenti perché Vance sia andato in Ungheria per sostenere la canditura di Orban o perché l’amministrazione USA o suoi sostenitori appoggino, assieme a Putin, tutti i movimenti populisti di estrema destra, a cominciare da Alternative für Deutschland.
Per quello che so degli Stati Uniti, mi sembra di poter dire che esiste ancora, e potrebbe ridiventare maggioritaria, un’America fatta di gente per bene, che non tollera il linguaggio volgare da bullo del Presidente e vede con chiarezza i danni che Trump sta arrecando agli Stati Uniti e al mondo intero. In fondo nelle elezioni del 2024, 75 milioni di americani hanno votato per Kamala Harris, una persona allora assai poco conosciuta, e il distacco da Trump è stato di soli 2 milioni. Per parlare a questa America, ogni tanto occorre alzare la voce. La difesa di papa Leone XIV è stato un caso in cui era giusto intervenire. E ritengo che sia stata opportuna, anche se tardiva, la risposta di Giorgia Meloni qualche giorno fa al linguaggio decisamente offensivo del tycoon; il videomessaggio – in cui la premier afferma “io e l’Italia non imploriamo mai” – è rimbalzato rapidamente sulle principali piattaforme (X, Instagram, TikTok e Facebook), collezionando milioni di visualizzazioni e l’attenzione dei più importanti media statunitensi e globali.
Per capire cosa è utile per parlare all’America, bisogna tenere conto di ciò che ha scritto il Generale Vincenzo Camporini sul Foglio pochi giorni fa a proposito della sostanziale sconfitta degli Stati Uniti in Iran: “Grazie al compiacente supporto dei mass media locali, che dominano lo spazio informativo in gran parte degli Stati Uniti…Trump affermerà di aver risolto … un conflitto che si trascinava da decenni … eliminato il rischio di un Iran nucleare, avviato a soluzione il problema della navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, poco importando il fatto che il problema non sussistesse prima del 28 febbraio…”. È molto difficile rovesciare questa narrazione. Paradossalmente l’unica speranza è che, a fronte di un nuovo fatto incontrovertibile (una nuova chiusura dello stretto di Hormuz da parte dei pasdaran o il rifiuto di accogliere gli ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), ci sia un forte e corale grido di dolore di molti Paesi, non solo europei. Una reazione di questo tipo non sarebbe una critica a Trump, ma farebbe capire all’America che il problema non è affatto risolto e che il tycoon racconta una realtà parallela. Un’America di gente per bene che ragiona esiste ancora. E per parlare a queste persone non serve cercare di mostrare una comune matrice ideologica. Serve una postura seria, orgogliosa, mai succube.