Un primo bilancio dei dazi di Trump

19 febbraio 2026 | 3 min

Sinora solo modeste riduzioni di crescita dell’economia mondiale, ma negli USA non si sono avverate le promesse di Trump.

Con l’arrivo degli ultimi dati sul 2025 si può cominciare a fare un primo bilancio dei dazi di Trump. La prima cosa da dire è che, fino ad oggi, non è successo il disastro che qualcuno temeva. Ciò è probabilmente dovuto a quattro circostanze. Innanzitutto, forse per paura o forse per razionale calcolo economico, pochissimi Paesi (Canada e Cina) hanno risposto ai dazi di Trump con dei contro dazi. In secondo luogo, Trump è stato costretto a concedere un gran numero di esenzioni (su singoli prodotti, o singole aziende, o anche nazioni) tant’è che si calcola che il dazio medio effettivo è circa la metà di quello teorico: 14% a fronte di un teorico di 28% e di un 33% che era stato annunciato nel cosiddetto Liberation Day. Inoltre, negli Stati Uniti, si è materializzato uno straordinario boom di investimenti nell’Intelligenza Artificiale, il che ha trainato verso l’alto il Pil oltre che Wall Street. Infine, molti Paesi si sono adoperati con successo per intensificare i rapporti fra Paesi terzi, come quelli dell’Unione Europea con il Mercosur e l’India. Fatto sta che le previsioni per l’economia mondiale sono peggiorate pochissimo, il FMI stima una crescita mondiale del 3,3% nel 2026, come nei precedenti due anni, e molti Paesi, fra cui l’Italia, riescono addirittura ad aumentare le proprie e esportazioni.

Anche negli Stati Uniti non ci sono stati disastri, ma non si è avverata nessuna delle previsioni di Trump. Infatti: i) i dazi sono stati pagati quasi per intero da imprese e consumatori americani; ii) l’inflazione del 2025 (nella definizione Core CPE cui guarda la FED) si dovrebbe attestare attorno al 3% invece del 2,2% che era stato previsto inizialmente; iii) il deficit delle partite correnti è peggiorato e nel 2025 dovrebbe attestarsi attorno al 3,9% del Pil a fronte del 3,3% del 2024; iv) Il gettito dei dazi, circa lo 0,8% del Pil, si è dimostrato assolutamente insufficiente a ridurre il deficit del governo federale che rimane attorno al 5,8% del Pil, un livello giudicato non sostenibile dal Congressional Budget Office; v) i posti di lavoro manifatturieri, lungi dall’aumentare, sono ulteriormente diminuiti di 70mila unità rispetto al 2024; vi) l’economia non è affatto “hot” come sostiene Trump, ma sta rallentando dal 2,8% del 2024 al 2,1 nel 2025.

Nel complesso, comunque, non ci sono stati sconquassi. Ma non va sottovalutato il rischio che la guerra dei dazi possa riemergere. Gli Stati Uniti rappresentano un quarto dell’economia mondiale, il che significa che la concorrenza si sta concentrando sui restanti tre quarti. Ed è facile prevedere che ben presto qualcuno in Europa o in qualche altro Paese chiederà di essere protetto dalla concorrenza dei cinesi o, magari, dei tedeschi o degli italiani. Sotto la superficie, la brace dei dazi è ancora ben viva e pronta a far danni.

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