Trump ai confini del potere: analisi e conseguenze economiche e politiche della decisione della Corte sui dazi

23 febbraio 2026 | 3 min

La Corte Suprema ha ribadito che il Presidente non può interpretare le leggi a suo piacere: ci sono limiti che deve rispettare. La sentenza dimostra che, anche nell’America trumpiana, la divisione dei poteri è ancora presa seriamente.

La sentenza della Corte Suprema americana sui dazi (è un esempio di chiarezza, semplicità e concisione) ha rilevanti conseguenze economiche e politiche, anche se in parte ancora incerte. Cominciamo con quelle economiche.

La Corte ha dichiarato incostituzionali i dazi che Trump ha introdotto ricorrendo a una legge del 1977 (l’IEEPA) che dà al Presidente il potere di “regolare … le importazioni” in caso di emergenza. La Corte ha concluso che tale generico termine non può includere l’introduzione di tasse sui contribuenti americani, che, senza una delega esplicita, solo il Congresso può approvare. Il che conferma una cosa ovvia: i dazi sono tasse pagate dagli americani, non soldi che fluiscono dal resto del mondo. Questo è vero anche economicamente: diversi studi hanno concluso che chi vende all’America, con poche eccezioni, non ha cambiato i propri prezzi e che, quindi, i dazi sono stati pagati dagli importatori americani. Restano in vigore i dazi che Trump ha introdotto in base ad altre leggi (per esempio quelli su acciaio e alluminio), ma i dazi del 15% verso l’UE, introdotti sulla base legale dell’IEEPA, non sono più validi. Trump ora ha introdotto, appellandosi alla Sezione 122 del Trade Act del 1972, dazi del 15% (il livello massimo consentito da tale legge) verso tutti i Paesi, quindi anche l’UE. Ma li può tenere solo per 5 mesi a meno di una conferma del Congresso. Resta quindi una notevole incertezza che non può far bene all’economia americana e mondiale.

Riguardo all’economia americana, i dati pubblicati giorni fa sono stati letti in modo più pessimistico del dovuto: la crescita del Pil nell’ultimo trimestre del 2025 (a un tasso annualizzato dell’1,4%) ha sofferto della chiusura del governo federale per un mese e mezzo: senza questa la crescita sarebbe stata del 2,4%. Ma nel complesso del 2025 il Pil è cresciuto solo del 2,2%, contro tassi vicino al 3% degli anni precedenti. Inoltre, la distribuzione del reddito si è spostata verso le imprese: il reddito reale delle famiglie americane è cresciuto meno dell’1,5%, sotto il tasso di crescita del Pil. E i conti pubblici restano un problema. La Corte Suprema non ha detto nulla sulla necessità di restituire agli importatori americani i dazi pagati, ma partiranno probabilmente controversie legali in proposito e ci sono di mezzo centinaia di miliardi di dollari.

Passiamo alle conseguenze politiche. La Corte Suprema ha ribadito che il Presidente, nel suo ruolo di titolare del potere esecutivo ex Art. 2 della Costituzione, non può interpretare le leggi a suo piacere. Ci sono limiti che deve rispettare. Si potrà dire che alla fine Trump utilizzerà altri strumenti legali per portare avanti la guerra dei dazi, ma aveva utilizzato l’IEEPA perché, nella sua interpretazione, consentiva di fare cose (alzare a piacere i dazi a qualunque livello, per una durata illimitata e, essenzialmente, senza una precisa motivazione se non quella di porre pressione su altri Paesi) che altre leggi non consentono.

La decisione della Corte dimostra che anche nell’America trumpiana, la divisione dei poteri è ancora presa seriamente. Sin dall’entrata in vigore della Costituzione americana nel 1789, i confini del potere del Presidente sono stati soggetti a infinite discussioni. Trump interpreta il suo ruolo spingendo ai limiti la teoria dell’Esecutivo Unitario, secondo cui tutto il potere esecutivo è concentrato nel Presidente, quasi estendendolo persino alle istituzioni indipendenti come la Fed. Il vertice del potere giudiziario, nonostante sei dei nove membri della Corte Suprema siano stati nominati da presidenti repubblicani (tre da Trump stesso), ha chiarito quali siano i limiti che non possono essere oltrepassati. Questa riaffermazione della criticità per una democrazia della separazione dei poteri è fondamentale.

Ricordiamocelo anche qui in Italia: se certe decisioni dei giudici non piacciono all’esecutivo, non c’è nulla di sbagliato nel dirlo, ma è sbagliato interpretare automaticamente certe scelte che non piacciono come ispirate da motivazioni politiche. Si finisce per minare la credibilità della magistratura che è invece fondamentale per ogni democrazia. A scanso di equivoci, io voterò sì al referendum, ma trovo esagerate certe critiche mosse negli ultimi giorni dal nostro esecutivo al nostro giudiziario, in stile Trump.

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