Sforare il deficit non aiuta, ma per abbattere il debito serve crescita

01 maggio 2026 | 3 min

Non c’è modo che possiamo ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil se il nostro tasso di crescita non si porta stabilmente su una media dell’1,5-2% l’anno.

Mancato l’obiettivo di uscire dalla Procedura di Deficit Eccessivo in base ai dati del 2025 (un fatidico deficit del 3,1% del Pil ce lo ha impedito), è partita la discussione sulla possibilità di deviare nel 2026 e nel 2027 da quanto in precedenza concordato con l’Unione Europea. Sforeremmo anche unilateralmente, forse per importi anche rilevanti (i giornali parlano di un deficit verso il 4%). È una buona idea?

Qualunque economista di buon senso vi direbbe che, in presenza di una severa recessione, occorre introdurre misure espansive per sostenere l’economia, se la politica monetaria non appare sufficiente e se i mercati ti consentono di farlo. L’opzione di fare più deficit è quindi condizionata da tre condizioni.

Il primo è l’adeguatezza della politica monetaria ad agire in modo controciclico (ossia a sostenere l’economia in una recessione). È possibile che, in questo frangente, la Banca Centrale Europea possa esitare ad adottare misure espansive (taglio dei tassi di interesse) viste le pressioni inflazionistiche che vengono dall’aumento del prezzo degli idrocarburi. È ancora buona se non aumenta i tassi, come sembra che i falchi al suo interno vogliano. La prima condizione quindi è soddisfatta.

Sulla seconda condizione (ossia che i mercati non reagiscano negativamente allo sforamento di bilancio) c’è per lo meno un punto di domanda. Negli ultimi tre anni i mercati hanno premiato con la caduta dello spread la prudenza seguita dal governo italiano. Ora però una reazione negativa non può essere esclusa, tenendo conto anche dell’incerto quadro internazionale.

Ma è la terza condizione (la presenza di una severa recessione) quella per cui ho maggiori dubbi. Una recessione in Italia è prevista dai principali osservatori (Banca d’Italia, OCSE, Confindustria, per esempio) solo in caso di un significativo peggioramento della situazione nel Vicino Oriente e, anche in tale scenario, si tratterebbe di una modesta recessione, niente di paragonabile a quelle del 2020, del 2012 o del 2009. Intervenire con manovre espansive per evitare solo un rallentamento dell’economia significa imprimere una traiettoria tendenzialmente crescente al debito pubblico italiano, già alto, visto che poi quando le cose vanno ciclicamente meglio, non si recupera con misure restrittive. Suggerirei, quindi, prudenza nel decidere una manovra espansiva, anche se capisco che, in un anno pre-elettorale, la tentazione sia forte.

Detto questo, è ormai ovvio che la strategia implicita nel piano di rientro concordato con l’Unione Europea, una molto graduale riduzione del deficit pubblico, non riuscirà ad abbattere il debito. Si incontreranno troppi imprevisti, troppe recessioni, piccole o grandi che siano, se si parte da un tasso di crescita medio dell’economia italiana allo zerovirgola, Insomma, non c’è modo che possiamo ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil se il nostro tasso di crescita non si porta stabilmente su una media dell’1,5-2% l’anno. Quindi, invece di spendere capitale politico per trovare soluzioni di breve periodo a sostegno dell’economia (chessò, il taglio delle accise) occorre fare riforme che rendano l’Italia un Paese dove è più facile fare attività d’impresa (non le elenco di nuovo perché… non ce la faccio più a ripeterle!). Oltre a essere importante in sé, è l’unico modo per ridurre il debito pubblico. Il resto conta poco.

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