Retribuzioni e inflazione: perché le imprese dovrebbero essere più generose

30 ottobre 2026 | 2 min

Il nuovo aumento dei prezzi rischia di compromettere ulteriormente il recupero delle retribuzioni reali, ancora inferiori ai livelli di cinque anni fa. Per le imprese che possono permetterselo, una maggiore generosità nei rinnovi contrattuali potrebbe contribuire a recuperare il potere d’acquisto perduto e sostenere i consumi delle famiglie.

Piove sul bagnato. Il nuovo recente aumento dell’inflazione colpisce i nostri lavoratori dipendenti che già non stavano messi molto bene. Ricapitoliamo.

L’aumento dei prezzi tra inizio 2021 e fine 2022 aveva causato un calo della retribuzione del lavoratore dipendente medio italiano del 13 per cento. I prezzi erano aumentati rapidamente e le retribuzioni, fissate da contratti triennali senza o con solo parziale indicizzazione, erano cresciute molto meno. Col raffreddarsi dell’inflazione, da inizio 2023 le retribuzioni hanno ripreso a crescere più dei prezzi, grazie al progressivo rinnovo dei contratti. Tuttavia, ancora a inizio 2026 il recupero era stato limitato: a febbraio di quest’anno, le retribuzioni erano sotto il livello di cinque anni prima ancora del 7,5-8 per cento.

Il recupero sarebbe probabilmente continuato, ma da marzo riprende una nuova ondata di aumenti dei prezzi. Probabilmente, la perdita di potere d’acquisto da inizio 2021 si è ora riavvicinata al 10 per cento. 

In questa situazione, come sempre, le richieste si indirizzano al governo, come se l’uso di risorse pubbliche non comportasse un costo (anche un finanziamento in deficit non è gratis: aumenta la spesa per interessi e questa rimane più alta finché il debito non si è ridotto).

Ma se il problema che fronteggiamo è dovuto a una contrattazione salariale che non ha consentito il recupero dell’inflazione, non dovrebbe essere risolto proprio a livello di contrattazione salariale? Insomma, non dovrebbero le imprese essere un po’ più generose nei futuri aumenti retributivi? La “regola aurea”, se mi consentite il termine, è che gli aumenti salariali devono essere commensurati agli aumenti di produttività, per evitare di intaccare eccessivamente i margini di profitto, scoraggiando l’investimento e l’attività produttiva. Questo principio è sensato in generale. Ma il calo delle retribuzioni reali da inizio 2021 è stato forse causato da un calo della produttività del lavoro? No, è stato causato da un disallineamento tra aumenti dei prezzi e delle retribuzioni. Inizialmente questo disallineamento rifletteva un aumento dei prezzi delle materie prime importate, il che avrebbe giustificato una riduzione delle retribuzioni anche in assenza di un calo della produttività, visto che l’aumento di tali prezzi equivale a una “tassa” che l’intero Paese deve pagare all’estero. Ma i prezzi al consumo sono rimasti alti, tranne in alcuni settori, anche quando il prezzo delle materie prime si è ridotto, aumentando i profitti delle imprese. Il che lascerebbe spazio ad aumenti retributivi in eccesso all’aumento della produttività.

Questa conclusione deve essere qualificata per due motivi. Primo, alcune imprese potrebbero aver utilizzato i margini di bilancio per assumere più personale (da qui il forte aumento occupazionale degli ultimi anni). Secondo, alcuni settori produttivi, quelli energy intensive, vedrebbero ora corrosi gli spazi di manovra dal nuovo aumento dei prezzi energetici. Non si può quindi generalizzare. Ciò detto, credo sia importante considerare, per le imprese che se lo possono permettere, una deviazione dalla sopra citata regola aurea. Fra l’altro, una maggiore generosità nei rinnovi contrattuali aiuterebbe la ripresa dei consumi delle famiglie, riducendo la dipendenza delle imprese dalle esportazioni in presenza di un incerto contesto internazionale.

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