La guerra dei dazi di Trump non è ancora finita

31 luglio 2026 | 3 min

Ci è andata bene che ora i dazi imposti all’UE siano un po’ più bassi rispetto a quelli precedenti, ma le misure di Trump continuano a frenare il commercio internazionale.

La guerra dei dazi di Trump ha registrato un ultimo episodio. Vale la pena di fare allora il punto della situazione, anche per illustrare le difficoltà incontrate dal Presidente americano e come la fine della globalizzazione, da molti decretata, sia ancora lontana da venire.

Tutto iniziò il “liberation day” in cui Trump introdusse i famosi “dazi reciproci”, anche se reciproci non erano in quanto erano imposti dagli USA sugli altri Paesi e non viceversa. Trump introdusse questi dazi con un Ordine Esecutivo in base a una legge che consente al Presidente di “regolare il commercio estero” senza bisogno di una norma specifica approvata dal Congresso, nonostante i dazi siano tasse imposte, in prima battuta, sugli importatori americani. L’amministrazione americana negoziò poi con l’UE l’introduzione di dazi del 15% sui prodotti europei, meno di quanto inizialmente annunciato, viste le concessioni da parte nostra in varie aree (anche se spesso espresse in termini piuttosto generici). Accordi simili vennero stipulati con altri Paesi.

Nel febbraio scorso, la Corte Suprema americana sentenziò che i dazi reciproci erano incostituzionali perché la legge cui Trump si era appellato non dava al Presidente l’autorità di introdurre tasse senza l’approvazione del Congresso. Per rimediare a questo problema, Trump ricorse a un’altra legge che consentiva al Presidente di introdurre dazi, ma solo fino al 15% e, soprattutto, solo per cinque mesi, passati i quali l’approvazione del Congresso sarebbe stata necessaria.

A questo punto Trump aveva due opzioni. Poteva chiedere al Congresso l’estensione dei dazi oltre cinque mesi; o poteva ricorrere ad altri strumenti legislativi che lo autorizzassero a mantenere i dazi: infatti, diverse leggi consentono al Presidente di imporre dazi, anche se deve essere comprovata, Paese per Paese, l’esistenza di condizioni specifiche. Trump ha scelto la seconda strada, nonostante al momento il suo partito controlli entrambi i rami del Congresso, segno che non si sentiva sicuro del sostegno di tutti i parlamentari repubblicani. In ogni caso a novembre ci sono elezioni e la probabilità che la House of Representatives (se non pure il Senato) sia persa è elevata. A quale legge allora si è appellato Trump? A una legge che consente di imporre dazi a Paesi che non sono in grado di assicurare che le loro esportazioni non siano, direttamente o indirettamente, prodotte con lavoro forzato. Grazie a questa legge, e all’attività di documentazione svolta, come ho detto, per tutti i Paesi coinvolti dalla sua amministrazione, Trump ha imposto dazi tra il 10% e il 12,5%, a seconda del Paese. All’UE è toccato il 10%.

Ora, che l’UE possa essere considerata come un’area che utilizza lavoro forzato è curioso, ma il trucco sta nel fatto che, secondo gli Stati Uniti, non abbiamo posto in atto adeguati controlli per assicurare che le nostre esportazioni non utilizzino input che vengono da Paesi che utilizzano lavoro forzato.

Fatto sta che ci è andata bene dato che i dazi ora imposti sono un po’ più bassi, in media, rispetto a quelli precedenti. Dazi del 10% non sono certo insostenibili e, fra l’altro, per ora sono stati pagati prevalentemente dagli importatori americani. Tanto rumore per nulla? Non proprio: il commercio internazionale è frenato dai dazi trumpiani, ma certo non è la fine della globalizzazione.

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