L’eterno ritorno della crescita allo “zerovirgola”: ecco perché Pnrr e riforme non sono bastati
Nonostante gli investimenti da decine di miliardi rimaniamo a un’espansione da “prefisso telefonico”. Fatto 100 il Pil nostro e dell’Eurozona nel 1996, ad oggi abbiamo accumulato 20 punti di ritardo: dobbiamo preoccuparci.
Secondo alcuni commentatori il problema della bassa crescita dell’Italia, ormai da trent’anni fanalino di coda dell’Eurozona, sarebbe sostanzialmente superato. Come si mostra in una nota dell’Osservatorio sui Conti Pubblici, l’argomento è basato su un’osservazione poco attenta dei dati più recenti. La media dei tassi di crescita del Pil degli ultimi 16 trimestri fino all’ultimo dato pubblicato da Istat (secondo trimestre del 2026) è pari a +0,2%, che corrisponde a +0,8% all’anno. Questo è esattamente il tasso di crescita dell’Italia da metà anni Novanta ad oggi. Se in passato 0,2% a trimestre ci sembrava una crescita da prefisso telefonico, ebbene purtroppo dobbiamo constatare che nulla è cambiato. Lo conferma il fatto che un interpolante lineare dei dati dal 1996 ad oggi non mostra alcuna tendenza crescente; il coefficiente angolare della retta è assolutamente zero e privo di qualsiasi significatività statistica. Malgrado le riforme e gli investimenti del PNRR, non sembra che il potenziale di crescita dell’Italia sia migliorato. Non possiamo escludere che il PNRR possa avere effetti dilazionati sull’offerta aggregata: ad esempio, se davvero si sono ridotti i tempi della giustizia civile, ci vorrà qualche anno perché le imprese italiane ed estere se ne accorgano, si convincano che il miglioramento non è temporaneo e decidano di investire di più in Italia. Per il momento dobbiamo constatare che tutti i principali centri di analisi ritengono che l’Italia sia destinata a crescere meno degli altri Paesi dell’Eurozona. Ad esempio, il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita del Pil italiano nel 2026 allo 0,8% a fronte dell’1,1% dell’Eurozona; il rallentamento relativo risulterebbe confermato anche per gli anni successivi: +0,6% annuo dell’Italia nel 2026 a fronte di +1,2% dell’Eurozona, e +0,7% nel 2028 contro l’1,3% dell’Eurozona. Gli analisti del Fondo Monetario possono sbagliare; tuttavia, questi dati ci indicano che anche il Fondo Monetario non crede che, almeno per ora e per i prossimi tre anni, vi siano miglioramenti nel potenziale di crescita dell’Italia.
Ci si può chiedere perché alcuni analisti la pensino diversamente. La risposta sta nel fatto che nei trimestri del Covid e successivi, fino alla metà del 2022, l’Italia ha attuato una politica di bilancio molto espansiva e ha accumulato più debito, in rapporto al Pil, di quasi tutti gli altri Paesi avanzati. Inoltre, ci ha messo più tempo di quasi tutti gli altri Paesi per portare sotto controllo il debito: il boom dell’edilizia, propiziato dal superbonus 110%, spiega gran parte di questo eccesso di debito dell’Italia. Fatto sta che nel 2021 e fino a circa la metà del 2022 l’Italia ha messo a segno tassi di crescita molto elevati. Il segno di queste politiche si è in parte rovesciato quando l’attuale governo ha dovuto fare i conti con un debito pericolosamente elevato e con tassi di interesse in crescita per via dell’inflazione e ha dovuto avviare una politica di bilancio più prudente. Da quel momento, la crescita dell’Italia è tornata ai ritmi usuali. In ogni caso, se si prende in considerazione l’intero periodo dal 2019 ad oggi, la crescita cumulata dell’Italia è stata del 7,8%, leggermente più della media dell’Eurozona (+7,6%) e più di quella francese (5,8%) e di quella tedesca (+2%). Ovviamente il confronto con Francia e Germania, che pure viene spesso citato, è divenuto poco utile dal momento che, per motivi diversi, questi due Paesi stanno attraversando crisi molto serie. Prendiamo atto, tuttavia, che tutti i principali previsori ritengono che la Germania riesca a superare la crisi e a crescere più dell’Italia già nell’anno corrente e nei due successivi fino al 2028. Lo stesso avverrebbe, più gradualmente, anche per la Francia.
Se si pongono uguali a 100 il Pil reale dell’Italia e quello dell’Eurozona nel 1996, oggi l’Italia sta circa a 80. Il che significa che il ritardo accumulato dall’Italia in questi trent’anni è di 20 punti percentuali. Per colmare questo divario in un tempo ragionevole non basterebbe nemmeno proiettare al futuro la maggior crescita che l’Italia ha registrato nel periodo più favorevole. Se ipotizziamo che dal 2026 il Pil italiano, invece di seguire le previsioni del FMI, cresca a un ritmo superiore all’Eurozona di 0,28 punti percentuali all’anno, come fatto nei tre anni tra la metà del 2019 e la metà del 2022, il divario rispetto alla media dell’Eurozona si colmerebbe solo dopo la fine del secolo (!).
Con tutta evidenza occorre tornare a ragionare sul perché la crescita dell’Italia continua a essere tanto più bassa di quella del resto dell’Europa.