Inquinare meno costa (soldi e sacrifici). Ma il conto del non agire è un caldo più intenso

20 agosto 2026 | 6 min

La competizione tra stati frena la decarbonizzazione.

Ha fatto parecchio caldo quest’estate in Italia e in Europa, il che renderà forse molti di voi più propensi a proseguire la lettura di questo pezzo sul riscaldamento globale. In realtà, non è certo solo dal termometro italiano o europeo che si deve partire per valutare l’entità del fenomeno, le sue cause, le sue conseguenze economiche e i suoi possibili rimedi.

I numeri sul riscaldamento globale

Cominciamo dall’entità del fenomeno. Le misurazioni della temperatura media del nostro pianeta, che esistono, sempre più precise, dalla metà del XIX secolo, ci dicono che la temperatura è aumentata in modo abbastanza regolare dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso e che nel triennio 2023-25 eravamo quasi 1,5 gradi centigradi sopra dove eravamo a metà del XIX secolo. Questo fatto non è ormai contestato da nessuno, tranne pochi negazionisti di professione.

C’è più discussione invece sulle cause dell’aumento, ma sempre più la comunità scientifica internazionale ha concluso che la causa è l’attività umana e, in particolare, le emissioni di gas serra da attività di produzione e consumo. Si è arrivati a questa conclusione via via che il fenomeno veniva studiato in modo più approfondito. Il sesto rapporto di valutazione del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico pubblicato nel 2023 (su cui hanno lavorato centinaia di scienziati provenienti da oltre 100 Paesi) ha concluso che “le attività umane, principalmente attraverso le emissioni di gas serra, hanno inequivocabilmente causato il riscaldamento globale”. Poi c’è sempre qualcuno che dissente (viene citato talvolta il nome di Rubbia, anche se le sue passate affermazioni mi sembra siano stati interpretate in modo del tutto fuorviante), ma si tratta di minoranza. Del resto, visto che la percentuale di CO2 nell’aria è aumentata, visto che la CO2 ha la proprietà di trattenere il calore e visto che non ci sono cause naturali per il recente aumento delle emissioni di CO2 (tipo attività vulcanica), è logico concludere che le emissioni antropogeniche siano la causa del riscaldamento globale.

Le conseguenze economiche di tale riscaldamento sono più incerte: alcuni danni causati dal riscaldamento globale sono già visibili (come la maggiore frequenza di episodi climatici estremi), ma quelli futuri (in termini di inaridimento di aree del pianeta, danni alle produzioni agricole, aumento del livello e della temperatura dei mari, spinte migratorie) sono inevitabilmente più incerte. Il rischio di scenari estremi, in cui i costi aumenterebbero improvvisamente, non è trascurabile. Come ha scritto il premio Nobel per l’economia Nordhaus “non possiamo permetterci di giocare alla roulette col pianeta”, ossia sperare di essere fortunati. Ciò detto, il fatto che i costi del riscaldamento globale siano, in gran parte futuri e incerti, mentre quelli necessari per evitare il riscaldamento siano immediati spiega le difficoltà a porre in atto misure adeguate a mitigare l’aumento della temperatura.

Il che mi porta alla questione dei rimedi. Nel 2015 alla conferenza sul clima di Parigi, quasi tutti i Paesi del mondo avevano concordato che sarebbe stato auspicabile contenere l’aumento della temperatura terrestre entro i due gradi centigradi (rispetto a quella della metà del XIX secolo) e, preferibilmente, entro 1,5 gradi e che, per ottenere questo risultato, ogni Paese avrebbe dovuto presentare un piano per ridurre le emissioni di CO2, azzerandole entro il 2050. Che non stiamo facendo abbastanza rispetto a quanto concordato è ovvio da tre considerazioni. Primo, come indicato sopra, la temperatura globale negli ultimi tre anni è già salita di un grado e mezzo rispetto a quella della metà del XIX secolo. È vero che la temperatura sale e scende e magari il 2027 sarà più fresco, ma il fatto che si sia arrivati al livello che era l’obiettivo di contenimento al 2100 con 75 anni di anticipo non è certo rassicurante. Secondo, le emissioni globali di CO2, invece di ridursi, sono aumentate: nel 2025 erano del 10% più alte rispetto al 2015. L’aumento è interamente dovuto alle maggiori emissioni dei Paesi emergenti, mentre quelli avanzati le hanno ridotte, anche se non di molto. In termini di livelli di emissioni pro capite, sono però ancora questi ultimi a essere i principali emittenti, in primis gli Stati Uniti d’America, circa 15 tonnellate a testa all’anno (in India le emissioni aumentano ma sono un settimo di quella americane, pro capite). Terzo, tra le otto principali Nazioni in termini di emissione solo il Giappone ha attualmente un piano per azzerare le emissioni entro il 2050. E gli Usa sono formalmente usciti dall’accordo di Parigi. L’Unione Europea ha, in teoria, un piano, ma le opposizioni alla sua attuazione sono crescenti. E, comunque, le emissioni europee sono solo l’8% di quelle globali.

Questa resistenza all’azione per mitigare l’aumento della temperatura è ovviamente dovuta all’esistenza di costi nell’abbandono dei combustibili fossili. Se un Paese, o un’area come l’Unione Europea, decide di decarbonizzarsi deve affrontare dei costi, che sono più severi se gli altri Paesi non cooperano. Per esempio, un’impresa italiana che deve comprare permessi di emissione di CO2 (o investire per ridurre le emissioni) deve competere sui mercati internazionali con imprese che non devono affrontare gli stessi costi. In generale, la transizione ambientale creerà pure opportunità (nuovi lavori, nuove imprese), ma per chi opera soprattutto in certi settori richiede di affrontare costi che sono reali e immediati. Inutile girarci intorno, inutile appellarsi al “sono-a-favore-della-decarbonizzazione-ma-in-modo-non-ideologico-e-senza-distruggere-le-nostre-imprese”. La realtà è che ci sono costi, per l’Italia, l’Europa e il resto del mondo che sono ritenuti eccessivi. E, in assenza di un governo mondiale, che obblighi le Nazioni a comportarsi in un certo modo, a ognuna conviene “fare il furbo” (free riding per dirla elegantemente all’inglese) e sperare che siano gli altri a fare qualcosa. Intendiamoci, non è che non si faccia nulla (sembra che nel 2025, per la prima volta, le emissioni in Cina non siano aumentate), ma non si fa abbastanza.

Temo che in assenza di progressi tecnologici un riscaldamento globale ben superiore a quello auspicabile sia quasi inevitabile. Se trovassimo il modo di riassorbire (a costi sopportabili) la CO2 che c’è nell’aria allora si potrebbe sperare. O se realizzassimo la fusione nucleare, sempre a costi sostenibili. Ma, al momento, non vedo la volontà di affrontare costi immediati per evitare costi futuri.

Di fronte a questa situazione, occorre sempre più pensare a come adattarci a vivere in un mondo più caldo. Anche la strategia di adattamento richiede costi, ma sembra che questi siano più facilmente digeribili, soprattutto se sono collegati a danni evidenti che il riscaldamento globale sta causando. Per esempio, il riscaldamento climatico sta spingendo parte della viticoltura italiana ad adottare tecniche per proteggere uva e vigneti dallo stress termico, attraverso reti ombreggianti per ridurre la radiazione solare diretta e trattamenti con caolino, un'argilla bianca che riflette parte della radiazione incidente e limita il surriscaldamento di foglie e grappoli.

Insomma, salvo sorprese (tecnologiche o di comportamento) preparatevi ad altre estati molto calde.

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