Cosa rischia l’economia globale

04 marzo 2026 | 3 min

Guerra in Medio Oriente: mercati nel caos. Dobbiamo superare la dipendenza energetica.

Dopo l’attacco di USA e Israele all’Iran, nell’economia mondiale regna sovrana un’incertezza orientata al peggio. Prevale la preoccupazione che la crescita economica mondiale possa risultare danneggiata dall’aumento del prezzo di gas e petrolio. Le aree che già crescevano poco potrebbero così finire in negativo: una recessione combinata a una forte inflazione. Sono preoccupazioni del tutto giustificate, ma non fasciamoci la testa prima del dovuto.

Le borse mondiali sono scese per l’impatto previsto sulla produzione degli aumenti del costo dell’energia. C’è chi pensa che questa iniziale discesa possa innescare una fase prolungata di vendite, visto che le quotazioni già in partenza sembravano a molti comunque troppo elevate. È possibile, ma è ancora troppo presto per dirlo. Per ora quel che vediamo sui mercati azionari riflette quanto accade sui mercati degli idrocarburi. Se questi si stabilizzano è probabile che anche i mercati azionari si riprendano.

Gli aumenti del prezzo di petrolio e gas sono stati significativi. L’aumento del prezzo dell’oro nero (versione Brent) è stato relativamente contenuto: 10-15% tra lunedì e martedì. Per il gas le cose sono andate peggio: i prezzi sul mercato TTF di Rotterdam si sono quasi raddoppiati, ma partivano da un livello piuttosto basso. Per ora ci si muove ancora su livelli ben al di sotto di quelli raggiunti nel 2022, dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. In quella occasione il prezzo del gas passò da 80 euro al megawattora a oltre 300 euro. Ora si è passati da 30 a 60 euro.

Se si rimanesse su questi livelli l’impatto sull’economia mondiale sarebbe contenuto. Il Fondo Monetario Internazionale stima che un aumento del 10% del prezzo del petrolio causa una riduzione della crescita del Pil dei Paesi importatori dello 0,1-0,2%, importi sopportabili anche per le economie europee che crescono poco. Del resto, l’impennata dei prezzi degli idrocarburi nel 2022 non causò un rallentamento significativo dell’economia mondiale: la crescita del Pil globale fu del 3,6% e quella dell’eurozona del 3,5%, anche se questi valori elevati in parte riflettevano il rimbalzo post Covid.

Questo mio, relativo, ottimismo va temperato da tre considerazioni.

Primo, gli aumenti di prezzo continuerebbero se i mercati percepissero che la guerra si prolungherà nel tempo. Probabilmente, gli operatori si aspettano che la chiusura dello stretto di Hormuz duri poche settimane, in linea con l’affermazione di Trump che questo lasso di tempo sarà sufficiente per raggiungere i suoi (imprecisati) obiettivi. L’aumento dei prezzi potrebbe anche innescare quel meccanismo di acquisti speculativi (comprare per poi rivendere a prezzi più alti) o precauzionali (comprare a qualunque prezzo per paura di restare senza gas per il prossimo inverno) che furono decisivi nel 2022.

Secondo, non conta solo l’impatto sul Pil, ma anche sull’inflazione e sulla distribuzione del reddito. Nel 2022, l’inflazione raggiunse le due cifre in diversi Paesi europei e i prezzi al consumo rimasero alti anche quando i prezzi degli idrocarburi tornarono su livelli più normali. Data la lentezza con cui le retribuzioni sono rinegoziate, questo aumento del carrello della spesa comportò un forte taglio delle retribuzioni reali, che ancora oggi non hanno recuperato i livelli del 2021. È un rischio concreto.

Terzo, la risposta dell’economia europea (gli Stati Uniti sono quasi autosufficienti per l’energia) dipenderanno dalle reazioni di politica economica. Nel 2022 vennero adottare politiche di bilancio fortemente espansive per attenuare l’impatto dello shock energetico su famiglie e imprese. Gli spazi per un intervento si sono in parte ridotti. Da un lato, la BCE era nel 2022 in una fase ancora ampiamente espansiva (i tassi BCE iniziarono a crescere solo a luglio). Dall’altro le regole europee sui conti pubblici erano ancora sospese il che consentiva una maggiore flessibilità nella gestione della spesa pubblica: in quell’anno il deficit italiano superò l’8% del Pil. Ieri l’Istat ha indicato che nel 2025 il deficit ha chiuso al 3,1%; è, un mondo diverso. Tutto sommato, le risorse disponibili sono ora più contenute: occorrerà usarle bene.

Sia come sia, se ce ne fosse stato bisogno, questi sviluppi confermano che prima riduciamo la nostra dipendenza dagli idrocarburi, che sfortunatamente sono localizzati nelle parti sbagliate (per noi!) del mondo, meglio sarà.

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