Conti pubblici, la riduzione del debito può attendere

05 ottobre 2026 | 2 min

Rispetto al pre-Covid la spesa pubblica aumenta di quasi 300 miliardi, il 17% al netto dell’inflazione; quasi uguale l’aumento delle entrate. 

In tutti questi anni, gli operatori di mercato hanno guardato con un certo compiacimento agli appelli alla prudenza del ministro Giorgetti. Ma sapevano che il vero test della serietà del piano di risanamento dei conti pubblici dell’Italia era nel 2027. Per quell’anno, in tutti i documenti di finanza pubblica di questo governo era previsto un primo pur minimo calo del debito pubblico rispetto al Pil. Ma si sapeva anche che questo è l’anno elettorale. Dunque, era doppiamente atteso. Se il governo fosse riuscito a raggiungere quell’obiettivo, tutto lo sforzo di questi anni sarebbe risultato credibile. E invece no. Anche questa volta il calo del debito è rinviato. Di quanto? Sulla carta di un anno. Ma nella realtà è rinviato alla prossima legislatura e a chi governerà dopo le elezioni del 2027. Giorgetti ha dei meriti perché è riuscito a ridurre notevolmente il deficit pubblico. Lo ha fatto con tutti quegli atti e omissioni che hanno dato la stura alle proteste delle opposizioni (e di molti benpensanti). Ha lasciato che le entrate fiscali aumentassero per via dell’aumento del gettito dell’imposta sostitutiva sulle attività finanziare - il lato positivo dell’aumento dei tassi di interesse - e del fiscal drag, o meglio della sua componente sui ceti medi e medio alti che non è stata sterilizzata con atti di politica economica. Dal lato delle spese, ha bloccato il Superbonus 110% e ha molto ridimensionato il reddito di cittadinanza. E ha opposto quella che potremmo definire una “resistenza elastica” alle richieste di aumento del deficit che venivano dalla sua maggioranza (pensioni, sanità, flat tax ecc.). Ha acconsentito al rinnovo dei contratti del pubblico impiego, ma gli stipendi pubblici al netto dell’inflazione rimangono tuttora inferiori addirittura ai livelli medi degli anni Novanta. 

Si poteva far meglio? La risposta è forse sì, se si guarda a dove stavamo nel 2019, prima dell’introduzione del reddito di cittadinanza, del Superbonus e della panoplia di aiuti per le conseguenze del Covid e delle due guerre in Ucraina e Medio Oriente. Fra il 2019 e il 2026 (stima del governo) la spesa pubblica al netto degli interessi e comprensiva della clausola dello 0,6% per spese militari e sicurezza energetica aumenta di quasi 300 miliardi, ossia il 18% al netto dell’inflazione. Quasi di altrettanto aumentano le entrate. Il deficit peggiora (da 1,9% del Pil a 3,5%) per via dei maggiori interessi (+ 40 miliardi) e della spesa extra per la clausola di 0,6% per spese militari e sicurezza energetica. C’è da chiedersi se ci sarà mai una fine all’aumento della spesa pubblica e delle tasse.

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