Assegni poveri senza i fondi
La mini-riforma del governo non risolve il problema. Più libertà di scelta ai lavoratori.
Uno dei problemi irrisolti dell’economia italiana è il ruolo dei fondi pensione. Perché, per effetto della denatalità, i giovani di oggi avranno pensioni pubbliche molto basse. E perché i fondi non svolgono il ruolo che hanno in altri Paesi nel sostenere gli investimenti e il nostro asfittico mercato azionario. A 35 anni dalla riforma che si proponeva di risolvere il problema, constatiamo che è stata una delusione.
Nel 2025, gli iscritti con versamenti nell’anno sono solo il 29% dei 25 milioni di occupati. Il totale degli attivi in gestione ai fondi è il 12% del Pil. Gli attivi gestiti in Danimarca, Canada, Svizzera, Usa, Australia e Olanda sono tra 150 e 200% del Pil.
È bensì vero che l’Italia è uno dei Paesi con la contribuzione Inps più alta in rapporto alle retribuzioni. Ma è anche vero che l’Italia è uno dei Paesi in cui è più forte l’invecchiamento della popolazione. Facendo i conti, è ragionevole lanciare un allarme: o si sviluppano i fondi pensione oppure avremo ben presto coorti di pensionati poveri.
Con la legge di bilancio dell’anno scorso il governo ha cercato di porre rimedio con una serie di innovazioni che sono entrate in vigore a luglio e stanno cominciando a produrre effetti in questi giorni. Si è detto che questa è una vera e propria riforma che ridà fiato alla previdenza complementare. Questo giudizio ci sembra eccessivo. Si sono introdotte alcune innovazioni che potrebbero migliorare la situazione, ma che difficilmente riusciranno a mettere l’Italia al passo con i Paesi europei più avanzati. Tant’è che ora il governo sta pensando a una sorta di salvadanaio per i neonati. Il problema principale è che non si è voluto ridurre la tassazione assai pesante sui vari stadi della previdenza, dai contributi, ai rendimenti, alla rendita.
Venendo alla mini-riforma, le innovazioni principali sono quattro. La prima è l’“adesione automatica” per i lavoratori di nuova assunzione nel settore privato, che prevede l’obbligo di versamento ai fondi non solo del TFR, ma anche del contributo di datore di lavoro e lavoratore. È un meccanismo più forte del silenzio assenso e, secondo la Ragioneria, potrebbe portare a circa 100mila nuove adesioni tacite all’anno.
La seconda riguarda gli investimenti. I contributi pervenuti in forme non esplicite sono investiti in linee con differenti profili di rischio-rendimento, tenendo conto dell’età dell’aderente, secondo un approccio di ciclo vitale. Si supera così la linea garantita, molto poco conveniente specie per i più giovani, come soluzione di “default”.
La terza innovazione riguarda le modalità di erogazione. Fino ad oggi non si poteva prelevare più del 50% sotto forma di capitale e il resto andava ad alimentare una rendita vitalizia. Con la riforma si sono introdotte forme più flessibili e verosimilmente più gradite alle persone. Ad esempio, è possibile chiedere l’erogazione dell’intero capitale accumulato in rate periodiche di 5 anni. Inoltre, è stata introdotta una nuova tipologia di rendita che, non avendo natura vitalizia, non comporta il rischio di perdita del capitale in caso di premorienza. Il montante residuo si trasferisce direttamente agli eredi. Nel complesso, queste novità dovrebbero eliminare alcune rigidità che rendevano poco attraente la previdenza complementare. Infine, la riforma prevede che il lavoratore sia libero di scegliere dove investire i propri soldi. Fino ad oggi non era così perché il contributo del datore di lavoro non poteva essere spostato dal fondo negoziale di riferimento. Come sempre, la libertà di scelta e la concorrenza sono gli ingredienti chiave per lo sviluppo di un mercato efficiente e dinamico.
Oggi esistono ben 273 forme di previdenza complementare fra fondi negoziali, fondi aperti e prodotti assicurativi. È un’assurdità e un moltiplicatore di costi. Nessun fondo è abbastanza grande per essere davvero redditizio. Molti vivacchiano pigramente nel loro orticello. Non si capisce perché un lavoratore meccanico non sia libero di scegliere di mettere i propri soldi in un fondo aperto di una banca o di una assicurazione o anche nel fondo creato dai chimici. Con la libertà di scelta ci si può aspettare che i contributi confluiscano gradualmente verso le forme previdenziali più convenienti in termini di rischio e rendimento e soprattutto che spariscano i fondi meno efficienti. È essenziale che l’autorità di controllo sia molto severa riguardo alla trasparenza e faccia anche di più di ciò che fa oggi per rendere noti a tutti i lavoratori i costi dei singoli fondi.