Allarme conti pubblici in tutto il mondo

24 aprile 2026 | 2 min

Il rapporto tra debito pubblico e Pil del mondo è salito a quasi il 94% nel 2025 e, in assenza di aggiustamenti, raggiungerà il 100% nel 2029, livello sorpassato solo con la Seconda guerra mondiale.

L’ultimo numero del Fiscal Monitor, una delle principali pubblicazioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), uscito il 15 aprile, traccia un quadro piuttosto allarmante dello stato dei conti pubblici mondiali, a partire dal suo titolo (“Politica di bilancio sotto pressione: alto debito, rischi crescenti”).

La questione è il livello e la dinamica del debito pubblico nei principali Paesi, ma non solo quello. Partiamo dai dati aggregati: il rapporto tra debito pubblico e Pil del mondo è salito a quasi il 94% nel 2025 e, in assenza di aggiustamenti, raggiungerà il 100% nel 2029, livello, nota l’FMI, sorpassato solo con la Seconda guerra mondiale. La causa di questo aumento tendenziale è che nel corso del XXI secolo il debito pubblico è stato usato nei momenti di crisi per sostenere l’economia (è successo con la crisi globale e finanziaria del 2008-09 e con la crisi Covid), ma, superate le crisi, troppo poco si è fatto per ridurlo.

La questione è evidente per gli Stati Uniti d’America. Il debito americano, che era del 65% del Pil nel 2007, balza nel 2010 al 95%. Negli anni successivi, invece di scendere, sale ancora, anche se lentamente, portandosi nel 2019 al 108%. Con la crisi Covid, si sale al 119% nel 2022. A fine 2025 il debito tocca il 124%. A carte ferme, grazie anche al Big Beautiful Bill trumpiano, il debito USA è previsto arrivare al 142% del Pil nel 2031. Non molto meglio sta l’altra superpotenza mondiale, la Cina. A fine 2025 il debito è arrivato al 99% del Pil e salirebbe al 127% nel 2031. In entrambi i casi questi aumenti sono alimentati da squilibri tra entrate e uscite pubbliche (ossia deficit) dell’ordine del 7-8% del Pil. Sta meglio l’Europa: il debito pubblico dell’eurozona si è fermato all’87% del Pil nel 2025 ed è previsto rimanere sotto il 90% nel 2031, con deficit intorno al 3%.

Due ulteriori tendenze rendono questo quadro ancor meno rassicurante. La prima è che la debolezza dei conti pubblici riflette in parte spese che al momento sembrano incomprimibili, come la crescente spesa militare (il Fiscal Monitor dedica il suo intero capitolo 2 alla spesa militare). Il secondo riguarda le caratteristiche del debito. Da un lato, cosa particolarmente evidente negli Stati Uniti, la scadenza del debito si riduce per il tentativo di contenerne il costo: i tassi a breve termine sono generalmente più bassi di quelli a lungo termine e si risparmia accorciando le scadenze, esponendosi però alla necessità di dover rinnovare più frequentemente il debito in scadenza. La seconda è il cambiamento nella composizione degli acquirenti del debito. Con la graduale uscita delle banche centrali dalle operazioni di acquisto di titoli di stato intraprese durante le passate crisi, una quota maggiore del debito viene scaricata sui mercati finanziari, aumentando l’esposizione dello Stato al rischio di crisi di sfiducia.

Che conseguenze ha questo accumulo di debito? Primo, viene ridotto lo spazio per ulteriori interventi di sostegno all’economia in caso di crisi. Secondo, aumenta la pressione sui tassi di interesse. Terzo, seppure questo appare uno scenario lontano, aumenta il rischio di fuga dal mercato dei titoli di stato anche per Paesi considerati in passato sicuri come gli Stati Uniti. Perturbazioni, anche minori, su un mercato come quello americano, turberebbero pesantemente gli andamenti economico-finanziari di tutto il mondo.

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