Accordo Iran: cosa cambia per l’Italia e per gli equilibri globali
Prezzi giù verso luglio, ma tassi di interesse più alti. Però ogni valutazione ha bisogno di una premessa: parliamo di un memorandum temporaneo, che durerà due mesi.
Cosa cambia nel panorama economico e geopolitico dopo l’accordo tra Stati Uniti e Iran sulla riapertura dello Stretto di Hormuz? Cosa torna come prima e quali effetti invece saranno di più lungo periodo? Rispondo a queste domande con la necessaria premessa che, come sapete, si tratta di un accordo temporaneo, per due mesi. Quanto segue assume che allo scadere di questo periodo non riprendano i bombardamenti e che quindi lo Stretto resti aperto per un periodo prolungato.
I prezzi del greggio
Iniziamo da quello che tornerà come prima. I prezzi del greggio sono già scesi dalla fascia di 100-110 dollari al barile, entro cui si erano mossi dopo l’inizio dei bombardamenti, su un livello (per il WTI) intorno a 75 dollari. Rispetto alla fine dell’anno scorso si tratta di un aumento solo del 20%. Probabile che la discesa continui ancora un po’, anche se la piena riapertura dello Stretto richiederà qualche tempo e alcuni impianti di estrazione e raffinazione nell’area sono stati danneggiati e rimarranno fuori produzione per un lungo periodo. Tutto sommato, quello che, secondo l’International Energy Agency (IEA), avrebbe costituito la più grande interruzione della storia nelle forniture di petrolio (vedi rapporto del 26 marzo) è rientrato rapidamente. L’IEA prevede ora un surplus di offerta nel 2027.
Prezzi, discesa lenta
In questa situazione, è probabile che l’economia mondiale continui a crescere a ritmi soddisfacenti. Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo scenario “di riferimento” (quello in cui la chiusura di Hormuz sarebbe stata temporanea), prevedeva una crescita del Pil mondiale del 3,1% nel 2026, in leggera discesa dal 3,4% del 2025. L’eurozona sarebbe cresciuta dell’1,1% (contro l’1,4% del 2025); l’Italia dello 0,5%, lo stesso tasso dell’anno scorso. Sembrano previsioni del tutto realistiche. Peraltro, non mi stupirei se la crescita del Pil italiano fosse anche più alta: alla luce dei dati del primo trimestre (non disponibili alla data della finalizzazione delle previsioni del Fondo) potremmo finire con qualcosa più vicino all’1%.
Strascichi da valutare
L’inflazione nell’area euro è arrivata al 3,3% a maggio (3,2% in Italia). Ci metterà un po’ di tempo a scendere, ma, visto che soprattutto in Italia, l’aumento aveva riguardato prevalentemente i prodotti energetici e gli alimentari freschi (non era ancora iniziato un processo di aumento generalizzato dei prezzi), dovremmo vedere qualche risultato concreto già entro luglio. Meno male, perché i lavoratori dipendenti non avevano ancora assorbito lo shock inflattivo del 2021-22: le retribuzioni a inizio anno stavano ancora sotto dell’8% rispetto ai livelli di inizio 2021.
Le scelte della BCE
Tutto sommato, in tempi relativamente brevi (sempre col caveat di cui ho parlato all’inizio), la situazione si dovrebbe normalizzare. Detto questo, la crisi di Hormuz lascerà degli strascichi, più o meno prolungati nel tempo.
Alcuni riguardano le politiche economiche intraprese per fronteggiare la crisi. Ne cito due. La BCE ha alzato, seppur di poco (un quarto di punto) i tassi di interesse, con un impatto sul costo dei prestiti per famiglie e imprese. Lo ha fatto più per prevenire un contagio dagli aumenti del prezzo del greggio agli altri settori, che per rispondere a un contagio già in corso. Se i prezzi del petrolio continuassero a scendere, il rischio di ulteriori aumenti dovrebbe essere scongiurato. Ma difficile che la BCE torni sui suoi passi rapidamente: sarebbe come ammettere di aver agito prematuramente. Dovremo così convivere con tassi di interesse a breve termine un po’ più alti di quelli pre-Hormuz.
Le spese extra dell'Italia
Il secondo effetto sulle politiche economiche che perdurerà nel tempo riguarda l’Italia. Il governo, con notevole destrezza, è riuscito a convincere la Commissione Europea che l’eccezionale crisi energetica che fronteggiavamo richiedeva di sfondare i tetti di spesa concordati due anni fa. Abbiamo ottenuto, così, la possibilità di spendere 7 miliardi in più nel 2026 e 16 nel 2027. Aggiungendo almeno 6 miliardi in più per la spesa militare (anche questa fuori tetto), il deficit del prossimo anno potrà salire di 22 miliardi. Non è cosa da poco in un anno di elezioni. Con buona pace dei nostri figli su cui ricadrà il nostro debito pubblico.
L'energia
Poi ci sono le conseguenze geopolitiche di più lungo termine a livello mondiale e nazionale. Riguardano almeno due aree: energia e rapporti con gli Stati Uniti, anche se sono più conferme che novità.
Energia: il mondo occidentale non può essere più sottoposto al vincolo di Hormuz. Spero che il regime di Teheran crolli al più presto, ma chi pensava che bastasse qualche bomba per un cambio di regime è stato deluso. Il regime imploderà prima o poi (come è imploso il regime sovietico), ma non possiamo continuare a dipendere da quel pezzo di mare che rimarrà per il momento controllato dagli ayatollah. C’è la necessità di accedere agli idrocarburi dell’area aggirando Hormuz. Ci si è già parzialmente mossi in quella direzione, ma non illudiamoci che sia sufficiente. Per ora Hormuz rimane una fondamentale arma di ricatto per il regime iraniano e non possiamo restare esposti a tale ricatto. In particolare per l’Italia, c’è anche la più generale urgenza di liberarci della dipendenza dei combustibili fossili, da qualunque parte provengano: avanti al più presto con le rinnovabili e col ritorno al nucleare.
Rafforzare l'Unione
Rapporti con gli Stati Uniti: al di là dei sorrisi e degli abbracci durante il recente incontro dei G7, è chiaro che la decisione unilaterale presa da Trump di scatenare una guerra che avrebbe potuto avere potenzialmente implicazioni enormi per i suoi alleati NATO senza nessuna forma di consultazione conferma (semmai ce ne fosse stato bisogno) l’allontanamento del Paese leader del mondo occidentale dai suoi tradizionali alleati. Non è una frattura, naturalmente, ma non è neppure una cosa da poco. Motivo ulteriore per cui noi europei dobbiamo rafforzare al più presto le nostre istituzioni, nonostante le forze centrifughe che sembrano ora crescere nei principali Paesi dell’Unione.