Spesa per la difesa, come finanziarla?

20 febbraio 2025 | 3 min

Ursula von der Leyen intende proporre l’attivazione della “clausola di salvaguardia” prevista dal nuovo Patto di Stabilità e Crescita approvato un anno fa per consentire ai Paesi UE di finanziare in deficit l’aumento della spesa per la difesa. Questo perché, dice von der Leyen, come per il Covid (quando la clausola fu attivata) siamo in un periodo di crisi, questa volta relativa alla nostra sicurezza rispetto ad attacchi esterni, in particolare (von der Leyen non lo ha detto ma è ovvio) dalla Russia.

Ho sostenuto in un mio precedente pezzo su Repubblica che un forte aumento della spesa militare dall’attuale 2% del Pil non è necessario (si parla ora del 3% o oltre). La Russia ha un Pil che è un nono di quello UE e una popolazione che è un quarto della nostra. Già ora la spesa per la difesa complessiva dei Paesi UE è quasi tre volte quella russa. Tenendo conto del minor livello dei prezzi in Russia lo squilibrio si riduce molto, ma resta di un terzo a nostro favore. Certo, la nostra spesa è frammentata in 27 Paesi. Ma lavoriamo allora soprattutto su quel problema, la cui risoluzione resterebbe comunque cruciale in caso di guerra.

In ogni caso, perché finanziare la spesa in deficit? Qui non si parla di un temporaneo aumento della spesa, come per il Covid, ma di un aumento permanente, a meno di pensare che la minaccia russa sia temporanea. Fra l’altro, quale evento causerebbe un ritorno ai tetti previsti dal Patto, una volta attivata la clausola di salvaguardia? Nel caso del Covid era ovvio: la fine della pandemia. Ma nel caso della minaccia russa? Certo, un temporaneo finanziamento in deficit consentirebbe un aggiustamento di altre spese (o di tasse) più graduale, ma l’aumento della spesa richiesto non è tale da rendere impossibile trovare subito fonti di finanziamento permanenti. Insomma, se abbiamo nuove esigenze permanenti di spesa, perché da cittadini responsabili non dovremmo prendercene carico trovando ora risorse adeguate?

Non illudiamoci poi che finanziare la spesa in deficit non comporti rinunce. Molti Paesi europei sono in piena occupazione e in questi produrre più carri armati vorrebbe dire produrre meno di qualcos’altro. Nei Paesi che hanno spazio per aumentare la produzione, la spesa militare potrebbe avere, in teoria, un effetto espansivo sul Pil. Ma, attenzione, è probabile che un aumento di tale spesa finisca in buona parte in importazioni dagli USA, come è successo nel passato recente dato che gli USA hanno la capacità di espandere rapidamente la loro produzione di armi. E quella parte della spesa che va all’estero aumenterebbe il debito che le generazioni future dovranno ripagare.

Inoltre, per anni si è detto che i tetti sul deficit dovevano includere tutta la spesa pubblica perché, comunque, qualunque spesa crea debito, anche quella per investimenti, istruzione e ricerca che pure aumentano la capacità produttiva di un Paese. Insomma, chiusura completa. E ora invece si tolgono i tetti per una spesa, quella militare, che per quanto necessaria, non aumenta certo la capacità produttiva. Con che logica?

Ma se proprio la spesa militare deve essere a debito, perché non dovrebbe essere debito comune europeo, visto che la difesa è un classico esempio di bene comune? Purtroppo, la risposta è sempre la stessa: non ci sentiamo abbastanza europei. Ed è evidente che ne stiamo pagando anche in questo caso pesanti conseguenze.

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