Perché (e come) voterò a giugno

16 maggio 2025 | 3 min

Tre domande e tre risposte sul referendum: è legittimo invitare a non andare a votare? Sono quesiti davvero rilevanti? Cosa voterò?

Sono state accese le polemiche sui cinque referendum di inizio giugno, compreso sull’invito da parte di esponenti della maggioranza a non andare a votare, sperando che non sia raggiunto il quorum del 50% più uno degli aventi diritto al voto. Vi dico nel seguito cosa ne penso rispondendo a tre domande.

Prima domanda: è legittimo invitare a non andare a votare? Sì. Se nella Costituzione si prevede un quorum è perché i Padri Fondatori ritenevano che, se la maggioranza degli elettori non va a votare, l’esito di un quesito referendario non è poi così rilevante. Quindi, a parte l’ovvio tatticismo di chi dice di andare al mare, è del tutto legittimo che, politicamente, si inviti a non considerare rilevante un certo tema.

Seconda domanda: sono quesiti davvero rilevanti? Sì e per questo andrò a votare. Quattro dei quesiti riguardano il mercato del lavoro: l’abrogazione del contratto a tutele crescenti introdotto col Jobs Act (che cancellava l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori), l’eliminazione della maggiore flessibilità nell’uso del lavoro a termine, pure introdotta dal Jobs Act, l’eliminazione del tetto ai risarcimenti per licenziamenti per le piccole imprese e l’eliminazione della norma secondo cui l’impresa appaltante non è responsabile in caso di infortunio. Vista l’importanza del mercato del lavoro per ogni Paese penso che valga la pena che l’elettorato si esprima su questi temi. Come penso sia giusto che l’elettorato si esprima sulla questione della riduzione da 10 a 5 anni del periodo richiesto per un immigrato per ricevere la cittadinanza, visto che il tema dell’integrazione dei migranti è tra i più fondamentali per il nostro futuro.

Terza domanda: cosa voterò? Sui due referendum relativi al Jobs Act penso che lascerò la scheda bianca. Si tratta di una battaglia ideologica. Non ho mai pensato che le difficoltà dell’Italia dipendessero dall’esistenza dell’art.18 che nei sondaggi degli imprenditori figurava al nono o al decimo posto tra i fattori che scoraggiavano l’investimento in Italia. Allo stesso modo ripristinare l’art.18 non cambierebbe molto nel futuro dei lavoratori. La CGIL si vuole semplicemente prendere una rivincita rispetto a quanto accaduto un decennio fa. Sull’eliminazione del tetto ai risarcimenti, probabilmente voterò no perché l’eliminazione del tetto comporterebbe che le piccole imprese avrebbero un regime più rigido di quello delle grandi imprese (per cui esiste un tetto di 36 mensilità). Voterò certamente no all’abrogazione del limite alla responsabilità delle imprese appaltatrici, perché non si può chiedere che queste ultime siano responsabili per quello che non controllano. Se si seguisse questa logica, allora si potrebbe sostenere che le imprese dovrebbero essere anche responsabili per quello che accade nelle imprese da cui comprano prodotti semilavorati o materie prime. Resto ancora incerto sul referendum che riduce il periodo richiesto per l’acquisizione della cittadinanza. Da un lato, penso che 10 anni siano troppi: è più di quanto richiesto in tanti altri Paesi. Dall’altro, un periodo di cinque anni ci porrebbe ai limiti inferiori rispetto all’esperienza degli altri Paesi. Una via di mezzo sarebbe stata preferibile. Ma i referendum non prevedono vie di mezzo. Più probabile che voti sì che no, ma devo ancora prendere una decisone finale.

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