L’oro è del popolo, ma non cambia niente
L’attribuzione al popolo italiano dell’oro della Banca d’Italia non rende più sicuro il nostro Paese rispetto a possibili futuri “tentativi di furto”: l’oro era al sicuro anche prima.
La vicenda dell’oro della Banca d’Italia, si è conclusa con l’approvazione dell’emendamento che ne proponeva il passaggio della proprietà al Popolo Italiano. Cosa cambia? Niente nella sostanza, anche se i proponenti appaiono soddisfatti (ci si accontenta di poco). Ricostruiamo la vicenda.
Che era il proprietario dell’oro? La Banca d’Italia, come era indicato nel suo sito: del resto, visto che l’oro era incluso nell’attivo della Banca a chi doveva appartenere? I proponenti dell’emendamento erano però preoccupati di una tale attribuzione di proprietà. È vero che la Banca d‘Italia, per statuto, è un ente di diritto pubblico, ma il suo capitale è diviso in partecipazioni di proprietà dalle banche commerciali e alcune di queste sono in parte di proprietà straniera. Quindi, si sosteneva, il nostro oro è in parte di proprietà degli stranieri, che, magari, un giorno potranno reclamarne una parte.
In realtà, le banche partecipanti al capitale della Banca d’Italia hanno, per statuto (un atto approvato per Decreto del Presidente della Repubblica, pubblicato in Gazzetta Ufficiale e che non può essere modificato se non con un atto pubblico), limitati diritti non solo in termini patrimoniali (queste beneficiano solo di una parte minima dei profitti della Banca d’Italia; il grosso va allo Stato), ma anche in termini di potere decisionale. Non hanno infatti “alcuna ingerenza nelle materie relative all’esercizio delle funzioni pubbliche attribuite” alla Banca d’Italia dai trattati europei, dallo Statuto stesso e dalla legge italiana per il perseguimento delle sue finalità istituzionali (Art. 6 dello Statuto). E queste finalità includono le decisioni relative alla gestione delle riserve auree. Il fatto che il capitale della Banca d’Italia appartenga alle banche è un incidente storico che non ha implicazioni per la gestione del suo attivo, compreso per la proprietà dell’oro che non poteva comunque essere sottratta alla Banca d’Italia. Quindi l’attribuzione al popolo italiano dell’oro non rende più sicuro il nostro Paese rispetto a possibili futuri “tentativi di furto”: l’oro era al sicuro anche prima.
Detto questo, perché opporsi a un emendamento che non cambia nulla? La Banca Centrale Europea è stata rassicurata dall’esplicita indicazione che l’attribuzione al Popolo della proprietà dell’oro non tocca l’indipendenza della Banca d’Italia che potrà continuare a fare dell’oro quello che vuole. Che male c’è allora nell’aver approvato quell’emendamento? Certo, un po’ di confusione la crea. Se l’oro non è più della Banca, come potrà questa continuare a includerlo nel suo attivo? In Francia, dove l’oro appartiene al Popolo Francese, la legge esplicita che lo si può comunque includere nell’attivo della Banque de France. Forse servirà una tale legge anche in Italia. A parte questo, quanto avvenuto è spiacevole perché si è perso tempo per una questione di nessuna importanza, soltanto per poter “piantare una bandierina” sovranista. Il governo Meloni ha dato prova finora di grande senso di praticità, a parte qualche concessione formale al suo sovranismo ideologico (vedi per esempio il ministero del “Made in Italy” o quello della “sovranità alimentare”. Dispiace che ci sia stata una ricaduta, stavolta con un po’ più di risonanza internazionale e un po’ più di perdita di tempo che poteva essere utilizzato in modo migliore.