Come vanno davvero le retribuzioni
La perdita dovuta all’inflazione del 2021-2022 è stata forte, ma dal 2023 si sta recuperando.
Fino agli anni precedenti alla pandemia si poteva dire che la questione salariale si identificava con la questione della produttività. Alla stagnazione, ormai trentennale, della produttività corrispondeva la stagnazione delle retribuzioni. Oggi è evidente che non è più solo così. Stando ai dati dell’Istat, rispetto al 2019 (secondo trimestre), nel secondo trimestre 2025 il Pil reale pro capite stava a +7%, mentre le retribuzioni reali di fatto dei lavoratori dipendenti stavano a -2,5%; vi è dunque un distacco di quasi 10 punti che si è formato interamente negli anni successivi alla pandemia e riflette un aumento della quota di Pil che va ai profitti. C’è dunque molto spazio per un sindacato che voglia riequilibrare la distribuzione del reddito a favore dei salari per migliorare le condizioni di lavoro delle persone ed è documentato che in alcuni settori l’inflazione ha aggravato il fenomeno dei working poor. Ma nel complesso non è vero che la gran massa dei lavoratori dipendenti si stia impoverendo; dall’inizio del 2023, le condizioni retributive sono in via di graduale miglioramento.
Dopo un vero e proprio crollo (-12%) delle retribuzioni (reali, di fatto) concentrato fra il terzo trimestre del 2021 e il quarto del 2022, dall’inizio del 2023 ha preso avvio una tendenza positiva che per ora ha portato ad un recupero del 5%. Proseguendo al ritmo attuale, nel giro di uno o al massimo due anni il recupero dovrebbe essere totale, per la media e per quasi tutti i settori economici. Va però anche detto che una parte del recupero è stato eroso dal fiscal drag e che il miglioramento che si è avuto fino adesso è stato dovuto anche all’aumento delle ore lavorate (+3,5% rispetto al 2019). A sua volta, questo aumento è in gran parte il frutto, molto positivo, della riduzione dei lavoratori part time (-570 mila dal 2019) a fronte di un aumento di ben 1,2 milioni di lavoratori a tempo pieno. Guardando dentro il dato aggregato, si trova che la perdita di potere d’acquisto rispetto al periodo pre-pandemia ha riguardato molto di più il settore pubblico che il privato. La perdita più rilevante, stando ai dati Istat, è nelle pubbliche amministrazioni (-6,4%). Nei servizi la perdita è stata un po’ maggiore che nell’industria: -2,6 contro -1,3%. E non è vero ciò che spesso si sente dire che nei settori meno sindacalizzati – dipendenti del commercio, alloggio e ristorazione – la perdita sia stata colossale: è stata del -2,7%, solo leggermente superiore alla media.
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