Big Tech sotto processo: cosa farà Trump?
Dopo che Biden aveva rafforzato la lotta alle Big Tech, l'amministrazione Trump sembra intenzionata a mantenere una forma di controllo sul settore, ma senza compromettere i vantaggi politici ed economici che ne derivano.
È di qualche giorno fa la notizia che un giudice federale americano ha stabilito che Google (o, meglio, la sua casa madre Alphabet) ha violato la normativa antitrust statunitense. La decisione sarà soggetta ad appello da parte di Alphabet e negli ultimi vent’anni negli Stati Uniti, alla fine, le cause intentate ai colossi del settore sono finite in nulla o quasi. Tuttavia, la notizia ci dà l’occasione per fare il punto della situazione su come l’amministrazione Trump potrebbe comportarsi rispetto a queste imprese che, oltre al grande potere di mercato che detengono nei diversi settori in cui operano, controllano una gran parte degli investimenti in Intelligenza Artificiale.
Facciamo un po’ di storia. Per la maggior parte del XX secolo gli Stati Uniti hanno utilizzato in varie occasioni forti strumenti di intervento per limitare il potere di mercato delle loro più grandi imprese, a partire dall’azione promossa da Theodore Roosevelt poco più di un secolo fa contro i cosiddetti Robber Barons del petrolio e delle ferrovie. Lo strumento più efficace era lo smembramento di queste imprese in entità più piccole che avrebbero operato in condizioni di concorrenza. L’ultima azione di questo tipo è stata intrapresa nel 1984 quando ATT fu spezzata in sette diverse compagnie telefoniche. Da allora le azioni sono state molto più limitate. Nonostante le quote di mercato delle Big Tech siano quantitativamente enormi, gli interventi sono stati quasi nulli: nessuno spezzettamento, nessuna proibizione di acquisizione di imprese concorrenti e, negli Stati Uniti, nessuna multa rilevante (in Europa, la Commissione ha invece multato le Big Tech in varie occasioni). Questo anche per riflesso di un cambiamento nell’interpretare cosa costituisse eccesso di potere di mercato: non contava più un criterio quantitativo (una elevata quota del mercato), ma la dimostrazione di un danno per il consumatore, cosa molto più soggettiva da valutare.
Biden aveva rafforzato la lotta alle Big Tech iniziando una serie di azioni legislative e giudiziali, conscio del rischio che un eccesso di concentrazione di potere economico poteva avere per la democrazia. Nel suo discorso di commiato a inizio 2025 aveva ammonito contro il potere del complesso tecnologico-industriale: “Oggi in America sta prendendo forma un’oligarchia di estrema ricchezza, potere e influenza che minaccia letteralmente la nostra intera democrazia, i nostri diritti e libertà fondamentali”.
Poi è arrivato Trump. Tutti ricorderanno la sfilata di pezzi grossi delle Big Tech alla cerimonia di inaugurazione il 20 gennaio scorso. Tuttavia, le nomine di Trump ai vertici degli organismi antitrust avevano suggerito che la pressione su queste imprese sarebbe continuata. Fra l’altro poche settimane fa la Federal Trade Commission ha iniziato a presentare il proprio caso contro Meta presso la Corte Federale di Washington. Vediamo come andrà a finire, ma mi sembra difficile sia che Trump lasci completamente la presa, sia che conduca un’azione energica per contenere il potere del Big Tech. Un’azione intermedia, in cui si mantenga una certa pressione, limitandone però la portata, è l‘unico modo per ottenere dal settore finanziamenti per campagne elettorali e favori in termine di sostegno politico: perché strozzare le galline dalle uova d’oro che tanto utili possono essere?
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