Europee, le implicazioni economiche
I risultati delle elezioni europee sono già stati ampiamente commentati in termini di cambiamenti negli equilibri politici in Europa e nel nostro Paese. Vorrei qui considerarne alcune implicazioni economiche. Tre sono particolarmente rilevanti.
La prima riguarda la dimensione del bilancio europeo. Ho più volte sottolineato che questo è molto più piccolo di quanto avviene in uno Stato federale: si tratta dell’1% del Pil europeo sia sul lato della spesa sia su quello delle entrate. Questo si confronta con una dimensione del bilancio di circa il 20% del Pil anche per gli stati federali più decentrati (come il Canada). Lo spostamento a destra del parlamento europeo e il forte avanzamento dei partiti nazionalisti sostenitori dell’Europa delle Nazioni renderà impossibile devolvere a Bruxelles nuove politiche di tassazione e spesa, dato che questo comporterebbe una cessione di sovranità rispetto alla situazione attuale.
La seconda implicazione riguarda il potere di regolamentazione economica delle istituzioni europee. Questo è attualmente rilevante in via di principio, anche se, in pratica le direttive europee sono spesso implementate con forti ritardi. Anche in questo caso l’avanzata dei partiti euroscettici e il generale spostamento a destra dell’elettorato europeo comporterà una moderazione nell’esercizio del potere regolamentare europeo. La prima vittima sarà il Green Deal e le regole introdotte per l’edilizia e le automobili verdi. La stessa Ursula von der Leyen aveva indicato prima delle elezioni l’intenzione di rivedere quest’area, comprese le implicazioni per le politiche agricole, anche a seguito delle proteste pre-elettorali da parte degli agricoltori europei.
Mettendo insieme questi primi due punti si capisce che la discrasia attualmente esistente tra i forti poteri regolamentari e i basso potere finanziario delle istituzioni europee (discrasia che è stata fonte di notevoli tensioni in passato) verrà probabilmente risolta attraverso un indebolimento dei primi piuttosto che un rafforzamento dei secondi: meno Europa, quindi, non più Europa e questo sembrerebbe far piacere agli italiani, o, per lo meno, a quelli che hanno votato Fratelli d’Italia, Lega e, in certa misura, anche Forza Italia.
Nella stessa direzione (meno Europa) va anche la terza tendenza, anche se questo farà meno piacere a molti dei nostri euroscettici: probabilmente il grado di solidarietà tra Paesi europei si ridurrà. Iniziative come il Next Generation EU, che sta portando 200 miliardi all’Italia, difficilmente saranno ripetute. In generale, scordiamoci il debito comune, se non per importi limitati. Del resto, l’approccio più solidaristico emerso negli ultimi anni, se è stato accompagnato da un miglioramento della performance economica dei Paesi del sud Europa, in primis dell’Italia, non ha portare in questi a un maggior apprezzamento dei vantaggi di fare parte dell’Unione. Più comprensibile allora è invece lo spostamento dell’opinione pubblica verso i partiti nazionalisti nei Paesi nordeuropei, in primis in Germania, dove la maggiore solidarietà è stata accompagnata da un peggioramento delle performance economica.
Tutto sommato si va verso un minor ruolo economico delle istituzioni europee. Credo sia un errore, ma i popoli delle nazioni europee (eviterei di chiamarlo popolo europeo) hanno espresso le loro preferenze in modo chiaro.