Cosa significano le dimissioni di Ruffini

27 dicembre 2024 | 2 min

Qualche giorno fa Ernesto Maria Ruffini si è dimesso da Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Al momento della scrittura di questo pezzo non so ancora da chi è stato rimpiazzato. Ma chiunque lo abbia rimpiazzato, è stata una perdita notevole per la nostra Pubblica Amministrazione. Non posso dire che sia stata una sorpresa. Casomai c’era da chiedersi come Ruffini potesse convivere con esponenti del governo che vedono l’Agenzia delle Entrate più o meno come un’accolita di vampiri che bramano il sangue degli Italiani. Ruffini stesso in un’intervista al Corriere della Sera ha motivato le sue dimissioni notando che “non mi era mai capitato di vedere pubblici funzionari essere additati come estorsori di un pizzo di Stato. Oppure di sentir dire che l’Agenzia delle Entrate tiene in ostaggio le famiglie, come fosse un sequestratore”. Ruffini era stato confermato a capo dell’Agenzia da questo governo, ma al tempo stesso erano piovute critiche pesanti al suo operato negli ultimi due anni soprattutto dalla Lega, nonostante il titolare del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), che è responsabile per l’Agenzia, sia Giorgetti, anomalo quanto volete come leghista, ma pur sempre leghista.

In effetti era da un po’ evidente come all’interno del governo ci fossero due diverse attitudini rispetto alla lotta all’evasione. C’era senz’altro chi, pur volendo evitare un fisco vessatorio, voleva fare il possibile per combattere l’evasione. Dall’altro c’era chi vedeva qualunque forma di lotta all’evasione come vessatoria per definizione. Questo contrasto si è manifestato in diverse occasioni. Nel maggio scorso c’era stata la polemica sulla reintroduzione del redditometro con l’intervento del Viceministro volto a minimizzarne la portata (Leo è stato anche lui spesso criticato come troppo aggressivo verso i contribuenti). La goccia che forse ha fatto traboccare il vaso è stato l’attacco all’Agenzia per l’invio di centinaia di migliaia di lettere alle partite Iva che non avevano aderito al concordato preventivo biennale (il provvedimento che consente di accettare come base imponibile per i successivi due anni la proposta dell’Agenzia, liberandosi dal rischio di accertamenti), viste come una minaccia di futuri accertamenti per chi non aderiva. In mezzo c’è stata proprio tutta la saga del concordato preventivo biennale le cui caratteristiche sono diventate via via più favorevoli agli evasori. Già, perché inizialmente il concordato era stato disegnato dal Mef e dall’Agenzia con appropriati paletti. Nella sua versione iniziale l’accesso era consentito solo ai contribuenti con un “voto in pagella” tra l’8 e il 10, vincolo poi rimosso. Non esisteva un tetto all’aumento del reddito imponibile proposta dall’Agenzia rispetto a quanto dichiarato nel 2023, tetto poi introdotto. La tassazione del reddito emerso è stata poi soggetta a un’aliquota agevolata. E, dulcis in fundo, veniva concesso a chi aderiva al concordato l’accesso a un condono di particolare generosità. Insomma, alla fine l’ha avuta sempre vinta quella parte del governo meno incline alla vera lotta all’evasione.

Le dimissioni di Ruffini sono quindi l’ennesimo segno che, al di là dei contrasti interni, in questo governo predomina ancora chi vede nelle tasse un pizzo di Stato e negli evasori cittadini che eroicamente lottano contro i soprusi di un fisco vessatorio.

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