A che punto siamo con la tassazione delle multinazionali

13 dicembre 2024 | 2 min

Uno dei problemi chiave in un mondo globalizzato è quello di far pagare le tasse alle imprese multinazionali. Queste ultime possono facilmente aprire sedi in Paesi a bassa tassazione e trasferirvi i propri profitti attraverso apposite procedure contabili.

Un chiarimento. Molti vedono la concorrenza che si fanno i 200 Stati del mondo per attirare le multinazionali come un fatto positivo: se un Paese riesce a contenere le proprie spese pubbliche perché è più efficiente, potrà poi ridurre la tassazione calamitando imprese estere. Che male c’è?  In realtà non si tratta di concorrenza leale. I piccoli Paesi hanno un vantaggio sugli altri: riducendo le loro tasse, perdono poco gettito sulle imprese nazionali ma attraggono imprese da tutto il mondo. Non a caso i paradisi fiscali sono soprattutto piccoli Stati. Niente a che fare quindi con l’efficiente gestione della spesa pubblica.

Torniamo a come tassare le multinazionali. Si stanno facendo progressi? Sì e no.

Per risolvere la questione servono accordi internazionali per limitare la concorrenza tra Stati. Fino a pochi anni fa l’unica cosa che veniva fatta era di introdurre regole per frenare il trasferimento contabile di profitti verso Stati a bassa tassazione, approccio ragionevole ma insufficiente vista la molteplicità di trucchi contabili a disposizione delle multinazionali. Le cose sono parzialmente cambiate con un accordo preliminare siglato dai governi di 147 Paesi nell’ottobre 2021, col coordinamento dell’OCSE. L’accordo ha due componenti, detti “pilastri”.

Il primo pilastro comporta che una parte dei profitti generati nel Paese dove si va a insediare la multinazionale siano redistribuiti in base a dove avvengono le vendite. Questo pilastro è però debole. Primo, la parte redistribuita dei profitti sarebbe modesta. Secondo, l’implementazione dell’accordo richiederebbe un trattato internazionale. La proposta di un trattato è stata avanzata dall’OCSE nell’ottobre 2023, ma senza ulteriori progressi.

Il secondo pilastro impone una tassazione minima del 15% sui profitti indipendentemente da dove si va a insediare la multinazionale. Un meccanismo particolare garantirebbe una tassazione del 15% anche nei casi in cui la multinazionale si insedi in un Paese non firmatario dell’accordo. Il secondo pilastro sta procedendo meglio. In una quarantina di Paesi le componenti fondamentali di questo pilastro saranno operative nel 2025 (compresa l’Unione europea). In una trentina di questi tutte le componenti saranno operative il prossimo anno. Ma restano fuori Cina e Stati Uniti. La Cina, dove 78 delle 86 più grandi multinazionali pagano tasse nelle Isole Cayman, pur avendo firmato l’accordo del 2021, non sta facendo passi avanti nella sua implementazione. Negli Stati Uniti, che pure avevano promosso l’accordo del 2021, l’implementazione è stata resa impossibile dal fatto che Biden non controllava la Camera dei rappresentanti: è stato introdotto un meccanismo alternativo, ma molto meno efficace di quello previsto dall’accordo OCSE. E con l’arrivo di Trump, che ha promesso tagli di tassazione alle imprese e che si muove in un’ottica isolazionista, possiamo dare l’addio all’adesione americana ad accordi internazionali per la tassazione delle multinazionali. Il problema resta in buona parte irrisolto.

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