La legge di bilancio fra promesse e realtà

20 luglio 2023 | 2 min

Nel 2024 si potrà a malapena prorogare il taglio del cuneo fiscale.

Secondo il Def dell’aprile scorso, la prossima legge di bilancio dovrebbe ridurre l’indebitamento netto della PA dal 4,5 per cento del Pil preventivato per quest’anno al 3,7 per cento nel 2024. Dato il previsto aumento della spesa per interessi, il bilancio primario dovrebbe aumentare di ben 1,1 punti di Pil (da -0,8 per cento a +0,3 per cento). La missione è quasi impossibile, tanto più che il governo sarà pressato dai partiti che, in vista delle elezioni europee, stanno già ribadendo le loro promesse elettorali: tagli delle tasse, taglio del cuneo fiscale, ulteriori condoni (cui la Ragioneria, nella legge di bilancio dell’anno scorso, ha attribuito un costo, non un beneficio per le casse dello Stato), sostituzione della legge Fornero con quota 41, estensione ulteriore delle flat tax per gli autonomi e forse anche per i dipendenti, ecc. ecc.

In soccorso del ministro dell’Economia viene la stima del Def sul bilancio primario tendenziale, ossia a legislazione vigente, che migliora addirittura di 1,3 punti di Pil, fino allo 0,5 per cento. Ciò sarebbe dovuto al venir meno di tutti sostegni per il caro energia e alla ri-contabilizzazione anticipata dei crediti di imposta edilizi (110% e bonus facciate). Questi crediti sono stati contabilizzati nel 2021 e 2022, quindi pesano molto poco sul deficit di quest’anno e soprattutto su quello del 2024. Fatto sta che, secondo il governo, lo spazio per una manovra espansiva nella prossima legge di bilancio c’è, ma è pari solo allo 0,2 per cento del Pil, neanche sufficiente per il rinnovo dei provvedimenti sul cuneo fiscale.

E il resto? Diamo ancora la parola al Def: “Al finanziamento delle cosiddette politiche invariate [NB: e solo per queste] a partire dal 2024 […] concorreranno un rafforzamento della revisione della spesa pubblica e una maggiore collaborazione tra fisco e contribuente”. Peccato che per la revisione della spesa si siano messi in conto solo 300 milioni e che i primi dati sull’anno in corso suggeriscano che la maggiore collaborazione sia di là da venire. Dunque non ci sono le risorse neanche per le cosiddette politiche invariate, fra cui le missioni di pace e il rinnovo dei contratti del pubblico impiego.

E non va dimenticato che queste stime si basano sull’assunto che gran parte della spesa pubblica rimanga ferma sui livelli del 2022 e non recuperi il potere d’acquisto perso con l’inflazione 2022-2023. Questa è la realtà: come già abbiamo scritto su InPiù, il governo, senza dirlo, sta imponendo alla nazione una dose notevole di austerità. Lo spazio per le promesse è zero. D’altronde – lo ribadiamo – è difficile vedere un percorso alternativo.

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