Il debito pubblico è il nemico, non le congiure

06 ottobre 2023 | 3 min

Stabilizzandolo, come prevede la Nadef, al 140% del Pil, rischiamo più di quanto dovremmo.

La pubblicazione della Nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza due settimane fa è stata accompagnata da un aumento dello spread, peraltro a un livello (200 punti base) che non crea certo il rischio di una crisi nel prossimo futuro. Ciononostante vari esponenti del governo, compresa Giorgia Meloni, hanno accusato non meglio identificati “soliti noti” di voler creare una situazione simile a quella del 2011 che portò alla caduta del governo Berlusconi. Questa accusa è basata sul convincimento che la crisi del 2011 fu dovuta a una congiura contro l’Italia, ispirata dai “poteri forti” che soffiavano sullo spread, dalla speculazione internazionale e, genericamente, dalle forze che si opponevano al governo che gli italiani avevano legittimamente scelto. Vale allora la pena di ricordare che le cose andarono in modo del tutto diverso.

Il punto fondamentale da capire è che nel 2011 la speculazione si accanì contro l’Italia non per una congiura, ma perché l’Italia era oggettivamente un Paese ad alto rischio di default sul debito pubblico e di uscita dall’euro. Cosa accadde?

Nel 2008-2009 il mondo è colpito dalla crisi finanziaria globale. Questa crisi mette alcuni Paesi in grossa difficoltà, in primis la Grecia che deve rivolgersi al Fondo monetario internazionale. Inizialmente il programma col Fondo non richiede una ristrutturazione del debito pubblico, ma nell’autunno 2010 a Deauville Merkel e Sarkozy dichiarano che il default sul debito non è più tabù anche nell’area euro. Nei mesi successivi il programma greco va in crisi, si comincia a parlare di una possibile uscita della Grecia dall’euro e i mercati si chiedono quali altri Paesi potrebbero fare lo stesso. L’Italia è tra questi perché il suo andamento economico dopo l’entrata nell’euro è stato, a essere generosi, poco brillante. L’Italia, abituata ad avere un livello di inflazione elevato e a usare come valvola di sfogo l’arma della svalutazione, si trova in difficoltà a vivere in una situazione in cui tale arma non era più disponibile. Anche per effetto di politiche di bilancio troppo espansive durante il secondo governo Berlusconi (che, al contrario del primo governo Berlusconi, aumenta la spesa pubblica), l’inflazione resta alta, perdiamo capacità di esportare, i conti con l’estero vanno in rosso, il reddito reale pro capite cresce meno che nel resto dell’area euro, e il rapporto tra debito pubblico e Pil si riduce poco (al contrario di quanto avviene in altri Paesi ad alto debito come il Belgio). Un Paese con queste caratteristiche può, effettivamente, avere la tentazione di tornare alla propria moneta e, infatti, non è un caso se proprio in quegli anni in tante parti (5Stelle, Lega, Fratelli d’Italia) si fa strada l’idea di un’Italexit.

Niente congiura, quindi, ma una situazione oggettivamente di esposizione al rischio che poi si è materializzato. Non si obietti che fino alla primavera 2011 lo spread era basso. I mercati finanziari funzionano così: quando sei esposto al rischio non è detto che vai subito in crisi. Insomma, la polveriera esplode quando c’è una scintilla, ma esplode se c’è troppa polvere da sparo in giro. Allora, invece di evocare lo spettro delle congiure, evitiamo di lasciare troppa polvere da sparo in giro. Per esempio, riducendo il debito pubblico ridurremo l’esposizione al rischio di aumenti di spread e tassi di interesse. Stabilizzandolo, come prevede la Nadef, al 140 per cento del Pil, rischiamo più di quanto dovremmo.

scroll-top-icon