FMI, le sfide dell’economia
In Italia con una minore crescita ci saranno minori entrate per lo Stato. E il rapporto tra debito pubblico e Pil tenderà a essere più alto di quello previsto dal governo. Non una bella notizia per il nostro Paese.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha pubblicato le sue nuove previsioni economiche per il 2023-2024. Nonostante il tono un po’ preoccupato tenuto in conferenza stampa del capo economista del FMI (il francese Pierre-Olivier Gourinchas), l’economia mondiale non sta andando troppo male, soprattutto in momento in cui molti prevedevano (ma succede ad ogni autunno) la tempesta perfetta. Ma, si dirà, e l’attacco a Israele? Non ci deve preoccupare anche a livello economico? Partiamo proprio da lì.
Il documento del FMI che contiene le previsioni (il World Economic Outlook, o WEO) è stato chiuso quando nessuno (tranne Hamas!) si aspettava che accadesse quello che è successo e quindi non dice nulla in proposito. Gourinchas nel rispondere, in conferenza stampa, alle domande sugli effetti della guerra in corso è stato molto prudente, sottolineando che ogni previsione era prematura. Ha però detto una cosa interessate: secondo i modelli econometrici del FMI un aumento del prezzo del petrolio del 10 per cento causa un calo del Pil mondiale nell’anno seguente dello 0,15 per cento e un aumento dell’inflazione dello 0,4 per cento. Visto che, per ora, il prezzo del petrolio è salito solo di circa il 5 per cento, all’apertura dei mercati lunedì, e sembra poi essersi stabilizzato, l’impatto a livello globale della crisi in corso in Medio Oriente dovrebbe essere trascurabile, in termini sia di crescita sia di inflazione, a meno che, ovviamente, il conflitto si allarghi ad altri Stati. Da tener d’occhio però è il prezzo del gas, che lunedì è aumentano in modo più marcato di quello del petrolio.
Teniamo quindi per buone le previsioni del WEO, nonostante la guerra. Cosa ci dicono? Il Pil mondiale (al netto dell’inflazione) dovrebbe crescere più o meno del 3 per cento quest’anno e il prossimo, in rallentamento rispetto al 2022 (3,5 per cento). Ma quello era ancora un anno in cui diversi Paesi stavano ancora “rimbalzando” dalla crisi Covid. Una crescita del 3 per cento non mi sembra male. Secondo Gourinchas il 3 per cento non è molto rispetto ai trend storici. Vero se confrontiamo questo tasso di crescita con quelli del ventennio pre-Covid (3,7 per cento), ma quello fu un ventennio in cui l’economia cinese cresceva a tassi elevatissimi (del 10 per cento in alcuni anni), tassi insostenibili nel lungo periodo (la Cina ora crescerebbe, secondo il FMI, comunque a un apprezzabile 5 per cento, alla faccia dei problemi finanziari delle società immobiliari Evergrande e Country Garden). Negli ultimi trent’anni del XX secolo l’economia mondiale era cresciuta del 3 per cento all’anno in media. Siamo tornati a quel livello e non è male. Cercare di ottenere tassi più elevati attraverso politiche macroeconomiche espansive porterebbe semplicemente a più inflazione. L’inflazione, già: il WEO conclude che l’aumento del prezzo delle materie prime osservato dal 2021 e che ha alimentato l’inflazione degli ultimi due anni è stato influenzato dalle politiche monetarie a tassi zero mantenute troppo a lungo. Di converso, l’inflazione (anche nei prezzi delle materie prime) sta scendendo per la stretta monetaria ora in corso. Stiamo andando nella direzione giusta in proposito anche se le banche centrali dovrebbe ora secondo me “darsi una calmata”: l’attuale livello dei tassi di interesse mi sembra sufficientemente alto per portare a un ulteriore rallentamento dei prezzi senza bisogno di ulteriori aumenti.
Passiamo dal mondo all’Europa. L’area dell’euro cresce dello 0,7 per cento quest’anno ed è prevista crescere del’1,2 per cento il prossimo anno. Il malato d’Europa non siamo più noi, ma è la Germania, in recessione nel 2023 (-0,5 per cento). Se siete presi da un attacco di Schadenfreude (cioè se godete delle disgrazie altrui) riflettete su un fatto: negli ultimi anni i Paesi del Sud Europa hanno beneficiato dell’azione “solidale” delle istituzioni europee (politiche espansive delle BCE nel 2020-2021 e, poi, le risorse del Next generation European Union). Queste sembrano aver fatto bene al Sud Europa, ma male al Nord Europa, in particolare alla Germania. In queste condizioni dobbiamo chiederci quanto tempo potrà durare questa solidarietà con effetti asimmetrici.
Ma veniamo all’Italia. Il Fondo Monetario è stato spesso troppo pessimista sulla crescita economica italiana. Questa volta le previsioni mi sembrano realistiche: il Pil, sempre al netto dell’inflazione, è previsto crescere dello 0,7 per cento sia quest’anno sia nel 2024. Il governo prevede invece una crescita più alta, di poco quest’anno (0,8 per cento), ma di parecchio il prossimo anno (1,2 per cento). Con una minore crescita ci saranno minori entrate per lo Stato e il rapporto tra debito pubblico e Pil tenderà a essere più alto di quello previsto dal governo: insomma, invece di stabilizzarsi al 140 per cento, come previsto dal governo, il rapporto tenderà a crescere, non una bella notizia per il nostro Paese.
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